La gratitudine

Una moglie può essere grata per la morte del proprio marito?
Se, dopo un percorso di preghiera quasi ininterrotta… se, superando gli scrupoli tipo “potevo fare di più…” oppure “potevo agire diversamente…” dimentica se stessa e il proprio dolore… si, che può essere grata.

Ieri sono andata a confessarmi da un Padre domenicano particolarmente illuminato per quanto riguarda gli scrupoli. Con la preghiera, la logica, con la buona volontà, sono quasi riuscita a farmene una ragione della morte di mio marito, ma non riuscivo a superare l’ostacolo del suo ultimo ricovero e piangevo spesso, non lacrime di sollievo ma lacrime amare, lacrime di colpa, lacrime di dolore.

Era andato tutto storto fin dall’inizio dell’ultimo ricovero di Mimmo,…storto secondo le logiche umane. Mio marito è stato trasferito lì dall’ospedale di Luino per una riabilitazione in uno stato di salute già molto compromesso, ma io continuavo a lottare dentro di me per la sua vita. Eppure, nello stesso tempo, ero convinta che qualcosa stesse per cambiare, il cambiamento lo osservavo in lui, vedevo che si allontanava dalla sua esistenza terrena per arrivare a quella eterna. Sempre meno interessato a ciò che lo circondava ma grato per ogni visita degli amici e suppongo, consapevole che sarebbe stata l’ultima. Era come se tutto di lui fosse raccolto nella sua anima, come se avesse l’appuntamento fisso con il suo Creatore dentro di lui.

In quell’ultimo ricovero che ricordavo fino a ieri come un incubo, lui ha bruciato le tappe, da camminata veloce era passato al running, correre, correre, correre, non c’era tempo da perdere.

Ha subìto l’omissione di soccorso, ed io non ero stata in grado di impedirlo, non me ne ero resa conto…così come non me ne ero resa conto pienamente che lo stavano trattando come un paziente qualunque e non come una persona che stava per morire. Ecco il perché dei miei sensi di colpa… avrei dovuto intervenire subito. Il medico aveva chiesto a me che cosa doveva fare e dovevo minacciarlo per fargli chiamare l’ambulanza per portarlo al Pronto Soccorso. E Mimmo era li, nel letto, chiedeva aiuto con voce flebile, ma calma, non era agitato.

Fino a ieri ho avuto queste immagini davanti ai miei occhi, mi sentivo in colpa di non aver fatto di più, non aver agito diversamente, non riuscivo a perdonarmi. Poi questo giovane Padre nel confessionale mi ha detto che laddove l’uomo non arriva con le proprie forze, ci si mette Dio e compie l’opera secondo la Sua volontà per il maggior bene di tutti…e che proprio nei momenti nei quali l’uomo, nella sua presunzione di aver sotto controllo tutto, non si intromette nell’opera di Dio, le cose funzionano, e io mi sono rilassata. Finalmente ho potuto piangere di sollievo davanti al crocifisso del Duomo.

Poco prima che arrivasse l’ambulanza, Mimmo stava guardando davanti a sé ed a voce alta e chiara e con sguardo lucido, ha detto: “Io muoio!”. Poi si è fatto il segno della croce che comprendeva tutto il suo tronco e ha alzato leggermente le braccia come se volesse consegnarsi a Qualcuno in tutta tranquillità ed è stato un momento di estrema solennità. Subito dopo è arrivata l’ambulanza, gli hanno dato la maschera d’ossigeno e lui si è totalmente rilassato, respirava molto meglio.

Arrivato nel Pronto Soccorso di Crema, ospedale che lui conosceva bene e dove si è sempre sentito voluto bene, ha sorriso per l’ultima volta alla mia amica Carmen che lo stava aspettando mentre io dovevo raccogliere le sue cose nell’altra clinica. Un sorriso che, lo so, le stava arrivando più dal cielo che dalla terra. Da quando aveva detto “Io muio!”, lui era cambiato, era già per la strada…una strada bellissima, quella del 12 dicembre.

Lo sapevo già, tutti lo sappiamo, ma osservando mio marito, ho veramente compreso che bisogna vivere come si desidera di morire. Lui ha recuperato tutto in pochi mesi, completato in pochissimi giorni. Se penso a lui, a come era negli ultimi tempi, ho davanti agli occhi un agnellino che non si lamentava mai. E io sono grata, davvero grata, che ora sta bene, che non soffre più, che è felice. Se la merita tutta, quell’eterna felicità.

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Rallenta!

Con una logica disarmante agguanto la borsa al primo avviso dell’arrivo delle caselle autostradali, e…mio Dio, ho perso il portafoglio! Parcheggio d’emergenza e inizia una frenetica ricerca sotto i sedili, nel bagagliaio, nei vestiti, dappertutto. Non ho trovato il portafoglio ma alcuni spiccioli che sono bastati per pagare il primo tratto autostradale, 3.20 Euro, mentre al secondo e terzo mi sono fatta consegnare le ricevute che pagherò domani.

Subito dopo mi fermo in un piccolo parcheggio e mi dico che non è possibile, qualcosa di importante mi sta sfuggendo e tuttavia non ricordo che cosa. Il mio sguardo vaga sul portaoggetti del cruscotto, l’unico pezzo mancante di tutta la mia inutile ricerca, lo apro e trovo in bella vista il portafoglio. Un flash mi porta indietro di quasi due ore, che cosa era successo alla partenza? Eccolo:

Sto per partire da Cunardo (VA), dove mio marito (detto Mimmo) si trova in una clinica di riabilitazione, verso casa. Penso fra me e me che sarebbe cosa utile comportarmi da vera tedesca organizzata e di mettere hic et nunc il portafoglio sul sedile, invece di tuffarmi ai caselli autostradali in borsa per cercarlo inutilmente con il risultato di chiedere dopo alcuni minuti di imbarazzata attività l’aiuto dei sommozzatori. Poi però decido saggiamente (?) di nasconderlo nel portaoggetti del cruscotto, con i tempi che corrono…

E’ vero che sono estremamente stanca, la mente non ha più il tempo di riposare bene, tuttavia mi accorgo che qualcosa non va. Sempre di corsa, alcuni minuti al giorno che spendo per distrarmi ma non si può parlare di riposo, anche quei momenti sono un rincorrersi. Bisogna che io –ma un po’ noi tutti o quasi- impariamo a rallentare in ogni cosa. Ho un angelo custode eccezionale ma se non gli do il tempo di suggerirmi, di indicarmi, di correggermi, se voglio fare di testa mia senza interpellarlo, non mi può aiutare, non glielo permetto. Lui è perfetto così, sono io che devo cambiare, e ho intenzione di farlo. So che sarà una battaglia dura, il perfezionismo, il pensare di essere autosufficiente sono radicati dentro di me, ma con l’aiuto di Dio e la mia collaborazione, ce la farò.

Rallentare e diventare docili agli aiuti divini che ci vengono incontro di continuo, mentre tanti di noi si perdono in loro stessi trovando tutte le scuse possibili per giustificare la propria corsa.

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La pesca miracolosa

Allora, giusto per cercare di capirci qualcosa, prendiamo nota di alcune “posizioni”…

  • nella Chiesa, attualmente, prevalgono due fazioni. Entrambe si dicono “cattoliche”, cercano di strumentalizzare politicamente questo papato, e si rifanno a una “fede” pura e dura. In realtà, non sanno di essere più “protestanti” di Lutero:

1) la prima dice che questo “papa” in realtà non lo è … che quelli di prima lo erano, e che quindi la vera Chiesa è quella di Benedetto XVI, Giovanni Paolo II e via andare …

2) l’altra dice che “questo sì che è un vero Papa!” … che quelli di prima non lo erano, e che quindi la vera Chiesa inizia da adesso …

  • poi ci sono quelli della “terra di mezzo, gli “indecisi”, che assistono come i bambini dell’isola che non c’è (di “Hook capitan uncino”), superano la linea di divisione, a seconda di quello che dicono gli uni e gli altri …
  • infine ci sono quelli “lontani”, coloro che non parlano mai della “chiesa” (tranne quando c’è qualche scandalo da mettere in rilievo) … quelli che dicono che, comunque la si veda, è solo un’istituzione  umana, piena di ambiziosi, corrotti, corvi e pedofili, e che quindi tutto non fa altro che confermare il loro scetticismo religioso (salvo, poi, indicarci le loro “fedi” alternative) …

Fine della storia? No, c’è ancora un “piccolo gregge”, quelli che non rientrano in nessuna categoria, semplicemente perché non hanno tempo da perdere, restano sempre in avamposto, in prima linea, qualunque cosa succeda …  …

Ma chi sono costoro?

Siamo un po’ tutti noi quando non diamo importanza alle “etichette” (tranne a quelle che fuoriescono dal colletto dei maglioncini) …

Siamo noi quando diciamo seriamente di appartenere a Cristo, prendendo alla lettera tutto ciò che ha detto, senza tralasciare niente.

Siamo noi quando prendiamo alla lettera anche frasi del tipo: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa” oppure (quando ci prende lo scoramento per le troppe “crepe“ nell’edificio Ecclesiale) “Non temere piccolo gregge” …

Siamo tutti noi quando utilizziamo al meglio le nostre funzioni di vedetta, vigilando sulle mosse del Nemico (che in 2015 anni di Storia non ha mai fatto sentire la sua mancanza – anche dentro di noi…) …

Siamo noi quando non ci scomponiamo più di tanto, tanto sappiamo che tutto passa, anche gli scandali che ci disturbano tanto (in attesa, “logicamente”,  di nuovi capitoli di aggiungere) …

Siamo noi quando ci rendiamo conto di essere cristiani, pietre vive della Chiesa, e non semplici spettatori.

Siamo noi quando cerchiamo di agire nel quotidiano, nel nostro “piccolo” ordinario, senza troppe chiacchiere, fidandoci della Sua parola, cercando di fare bene ogni cosa, soprattutto nella materia che più Gli interessa: l’amore.

Siamo noi quando comprendiamo benissimo che – grazie al peccato – non sempre è facile (anzi, spesso, ci sembra di cadere più di prima – non perché pecchiamo di più,  semplicemente perché cresce la nostra consapevolezza verso il male)…

Siamo noi che, proprio per questo, sappiamo chiedere misericordia a Dio e non neghiamo mai il perdono agli altri …

Siamo noi quando non giudichiamo in maniera frettolosa – e senza tener conto della nostra natura – perché, quando verrà il momento,  non vogliamo essere giudicati da Dio allo stesso modo …

Siamo noi  quando comprendiamo l’importanza dell’orazione quotidiana, e che abbiamo le armi della preghiera a nostro vantaggio (le uniche capaci di vincere ogni guerra) …

Siamo noi quando siamo consapevoli che senza l’ossigeno (la preghiera) e il cibo (i sacramenti) non possiamo né respirare né nutrirci …

Siamo noi quando ci alziamo e gettiamo di nuovo le reti nella nostra vita, nella Sua (e nostra) Chiesa, fidandoci seriamente della Sua Parola, nonostante ci siano giorni in cui la stanchezza ci fa sembrare di non aver pescato nulla …

Siamo noi quando non solo diciamo di appartenere a Cristo, ma ci fidiamo ciecamente di  Lui … sempre …

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Il parto della Vita (non solo Halloween)

Natale 2004. Prima dei funerali di mia sorella scrissi alcuni versi, che mio figlio lesse in chiesa durante un momento di preghiera.

Lo so, qualcuno potrebbe chiedermi: “ma che voglia avevi di farlo?”. Nessuna.

Successe così, all’improvviso, un’esigenza del momento, quasi a voler trasferire fuori quelle che erano le emozioni forti – le parole strozzate – che mi premevano in gola e nel petto.

Inoltre, quella cara sorella mi aveva insegnato tanto in quel periodo, soprattutto con il suo contagioso sorriso ed ottimismo. Andavo a trovarla quasi tutti i giorni in ospedale, pensando di portarle un po’ di conforto, sia affettivo che spirituale. Indubbiamente lo feci, e con passione.

Scoprii, in seguito, che le cose però ebbero un duplice effetto: fu anche lei, soprattutto, a confortare la mia anima con la sua forza.

Non potevo, quindi, non dedicarle qualcosa, non fosse altro per sopperire con un po’ del mio “sangue”, della mia povera vita poetica, alla mancanza di quei globuli rossi di cui era afflitta.

Qualche tempo dopo feci leggere anche al mio direttore spirituale di allora (un sant’uomo, morto anche egli in circostanze drammatiche) quella sorta di dedica/poesia.

I versi iniziavano più o meno con una triste considerazione: mi rivolgevo al Signore mettendo in rilievo il fatto che mia sorella fosse morta proprio il giorno in cui si festeggiava l’evento della Sua nascita.

Don Piergiorgio – così si chiamava il sant’uomo – mi disse che era tutto molto bello, tranne l’inizio….

Secondo lui non era giusto dire che Gesù “nasceva” mentre mia sorella “moriva”, perché anche lei, in un certo qual modo, era “nata” quel giorno … in Cielo.

A distanza di tempo rifletto su questo episodio … complici, forse, anche questi giorni grigi, quasi novembrini, che ci preparano alla commemorazione dei nostri defunti.

Ci rifletto su, e penso che don Piergiorgio non avesse poi tutti i torti.

Eh sì, perché per tutti noi la morte sarà come una nuova nascita …

Prima di nascere, “carnalmente”, eravamo chiusi in uno spazio angusto, buio, a tratti anche soffocante e pieno di “ostacoli”. Tuttavia, paradossalmente, anche rassicurante, intriso di momenti di profonda dolcezza.

“Avvertivamo” – anche se non lo ricordiamo – di essere parte di un “tutto”, di nostra madre.

Sentivamo le carezze, la voce calda del papà che ci parlava, sfiorandoci teneramente in superficie …

Quel primo parto fu un turbinio di emozioni, e non fu per niente indolore, anzi, soprattutto per la mamma …

Noi eravamo talmente restii a venire al mondo che facevamo di tutto per non uscire, tanta era la “paura” di perdere quella calda tranquillità e di scoprire un “ignoto” che non conoscevamo ancora …

Ma, subito, quella sofferenza, quell’angoscia, si trasformò in gioia, una gioia indescrivibile …

Potemmo finalmente scoprire quel “tutto”, vederci, toccarci, senza più “avvertirci” solo sensibilmente …

e fu “tutta un’altra cosa” …

Ebbene, quando avverrà questo nuovo parto usciremo finalmente da questo spazio angusto – che è la vita – troppo “stretto” per il nostro desiderio d’amore, d’infinito, spesso buio, a tratti soffocante, pieno di insidie …

Certamente, grazie ai nostri cari, anche zeppo di momenti di serenità e di dolcezza…

Gioie terrene che non mancano, certo, ma che ci proiettano verso “Qualcos’altro”, perché la nostra fame d’Amore è immensa, soprattutto quando avvertiamo di essere parte di un “Tutto”, figli di un Padre nostro, che ci parla attraverso le Sue carezze “sensibili”, la sua Parola, la Sua promessa di Vita eterna …

Avremo comunque timore di lasciare questa vita, di andare verso un ignoto che non conosciamo ancora …

Proprio per questo, come allora, opporremo resistenza … ma anche stavolta, più di prima, sarà vana …

Non si sa quando avverrà questa seconda nascita, ma sarà “inevitabile”, proprio come la prima…

Certo, sarà sempre un parto non-indolore, anzi, indicibilmente più sofferto e angosciante di quello “vecchio”, ma la gioia che ne scaturirà sarà imparagonabile, e la cosa più bella è che questa gioia che ci attende non solo sarà infinitamente più grande, ma durerà per sempre …

Una nuova nascita – seppur ancora “spirituale”, “incompleta” – ma questa volta in Cielo, nella beatitudine di Dio, insieme a tutti i nostri cari che ci hanno preceduto … e a quelli che in seguito “nasceranno” dopo di noi …

e tanto basta per non disperare …

Ecco perché è importante andare a trovare i nostri cari al cimitero… certamente per pregare per loro, e per chiedere la loro intercessione presso Dio, ma anche perché in questo modo ci ricordano quello che sono stati, che non sono più, e che sono adesso: “nati” a nuova Vita, con l’aspettativa, “piena”, di quello che diventeremo tutti alla fine dei tempi … …

in attesa di quella Resurrezione della Carne che vedrà i nostri corpi mortali “trasfigurati” in corpi “gloriosi”, in forza della Resurrezione di Cristo Signore …

(Crescenzo)
Le anime in Paradiso
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La conversione di un migrante

Guardo gli occhi di mio figlio,
la croce al collo del mio vicino …
fisso l’immensità del mare,
ne misuro i nodi,
di lacrime e domande,
quei morsi di fame, di labbra tremanti …
 
urla migranti
e naufraghi di terrore,
in mulinelli di vortici profondi,
come messaggi in bottiglia,
arenati e confusi …
 
per Te,
che dall’alto ci guardi e non rispondi …
 
guardo a questa sofferenza,
al Tuo volere,
e a questa brama del mondo …
alla violenza, all’ingiustizia,
a questo razzismo indifferente …
 
mi domando se scegli i tuoi santi in base al grado di dolore,
a quello subito e “accolto” …
 
e mi sembra una bestemmia …
 
“ma non sei, Tu, l’Altissimo, l’ Onnipotente?
non senti questo grido strozzato,
che sale dal profondo?”
 
intanto il mio vicino prega …
 
lui dice che sei un Dio d’amore,
che prometti gioia e vita in abbondanza …
che non puoi volere, né tollerare, la sofferenza!!! …
 
eppure c’è,
dilaga,
la fa da padrona …
 
sembra inarrestabile e non conosce confini,
proprio come questo mare nostrum
che ingoia tutto,
tutto,
anche il dolore innocente dei bambini …
 
guardo quella croce,
e penso a ciò che rappresenta …
 
è inammissibile ! inconcepibile !
eppure …
eppure, davanti a questo mistero mi fermo,
sbando,
come un vortice,
una vertigine che mi prende …
 
come se non ci fosse ribellione che tenga ,
ma neanche un silenzio rassegnato …
 
solo una scelta da fare:
credere che questa sofferenza sia temporanea,
non voluta,
vissuta da Te
e da Te trasformata, “trasfigurata” –
in previsione di un Bene più grande …
 
o che tutto si riduca a questa attesa infinita,
a questo oceano senza tempo,
e senza senso,
che è la nostra vita …
 
pensare a Te, che guardi, e non intervieni,
o essere certi che sei già venuto,
e intervenuto,
e hai cambiato il corso delle cose,
facendole nuove …
 
anche quelle che adesso non comprendo …
 
Guardo gli occhi di mio figlio,
la croce al collo del mio vicino,
fisso l’immensità del mare,
la sua bellezza,
i suoi misteri insondabili,
insolubili …
 
e questa piena di speranza
che all’improvviso mi sommerge …
(Crescenzo)
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Santa Margherita Maria Alacoque

Margherita nacque a Lautecour, nel dipartimento della Saone e Loira (Francia) il 22 luglio 1647, da Claudio Alacoque e Filiberta Lamyn, ferventi cristiani di buona situazione sociale ed economica.
Il 20 giugno 1671, a 24 anni, entrò nel monastero di S. Maria di Paray-le-Monial. Fin da piccola Margherita avversava ogni cosa che sembrasse offesa di Dio e fece il suo voto di verginità a soli quattro anni, senza intendere il pieno significato. Ma la sua attrazione verso la preghiera, il ritiro e il silenzio, nonostante la sua indole vivacissima, il suo amore verso l’Eucarestia, il suo interessamento dei poveri e sofferenti, dei quali cercava di alleviare le pene con ogni mezzo a sua disposizione manifestavano la strada scelta per lei dal Signore.
A otto anni perse il padre e venne a trovarsi, insieme alla mamma, alle dipendenze di alcuni parenti egoisti ed esosi, i quali, con continui e molteplici maltrattamenti le procurarono grandi sofferenze, in aggiunta alle malattie da cui era spesso colpita e alle penitenze che vi aggiungeva di suo.
Margherita sopportava tutto con pazienza e in atteggiamento di rispetto e di benevolenza verso i persecutori suoi e della mamma.  Continua a leggere

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Santa Teresa d’Avila [di Gesù] – 15 ottobre

Cari fratelli e sorelle,

nel corso delle Catechesi che ho voluto dedicare ai Padri della Chiesa e a grandi figure di teologi e di donne del Medioevo ho avuto modo di soffermarmi anche su alcuni Santi e Sante che sono stati proclamati Dottori della Chiesa per la loro eminente dottrina. Oggi vorrei iniziare una breve serie di incontri per completare la presentazione dei Dottori della Chiesa. E comincio con una Santa che rappresenta uno dei vertici della spiritualità cristiana di tutti i tempi: santa Teresa d’Avila [di Gesù].

Nasce ad Avila, in Spagna, nel 1515, con il nome di Teresa de Ahumada. Nella sua autobiografia ella stessa menziona alcuni particolari della sua infanzia: la nascita da “genitori virtuosi e timorati di Dio”, all’interno di una famiglia numerosa, con nove fratelli e tre sorelle. Ancora bambina, a meno di 9 anni, ha modo di leggere le vite di alcuni martiri che le ispirano il desiderio del martirio, tanto che improvvisa una breve fuga da casa per morire martire e salire al Cielo (cfr Vita 1, 4); “voglio vedere Dio” dice la piccola ai genitori. Alcuni anni dopo, Teresa parlerà delle sue letture dell’infanzia e affermerà di avervi scoperto la verità, che riassume in due principi fondamentali: da un lato “il fatto che tutto quello che appartiene al mondo di qua, passa”, dall’altro che solo Dio è “per sempre, sempre, sempre”, tema che ritorna nella famosissima poesia “Nulla ti turbi / nulla ti spaventi; / tutto passa. Dio non cambia; / la pazienza ottiene tutto; / chi possiede Dio / non manca di nulla / Solo Dio basta!”. Rimasta orfana di madre a 12 anni, chiede alla Vergine Santissima che le faccia da madre (cfr Vita 1, 7). Continua a leggere

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Docile allo Spirito Santo

Nostro Signore Gesù lo vuole: bisogna seguirlo da vicino. Non c’è altra strada. Questa è l’opera dello Spirito Santo in ogni anima — nella tua —, e devi essere docile, per non porre ostacoli al tuo Dio.

In primo luogo la docilità, perché è lo Spirito Santo che con le sue ispirazioni dà tono soprannaturale ai nostri pensieri, ai nostri desideri e alle nostre opere. È Lui che ci spinge ad aderire alla dottrina di Cristo e ad assimilarla in tutta la sua profondità; è Lui che ci illumina per farci prendere coscienza della nostra vocazione personale e ci sostiene per farci realizzare tutto ciò che Dio si attende da noi. Se siamo docili allo Spirito Santo, l’immagine di Cristo verrà a formarsi sempre più nitidamente in noi, e in questo modo saremo sempre più vicini a Dio Padre. Sono infatti coloro che sono guidati dallo Spirito di Dio, i veri figli di Dio. Se ci lasciamo guidare da questo principio di vita presente in noi, la nostra vitalità spirituale si svilupperà sempre più, e noi ci abbandoneremo nelle mani di Dio nostro Padre con la stessa spontaneità e con la stessa fiducia con cui il bambino si getta nelle braccia del padre. Se non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli, ha detto il Signore. Questo antico e sempre attuale itinerario interiore di infanzia, non è fragile sentimentalismo né carenza di maturità umana, bensì la vera maturità soprannaturale, che ci porta a scoprire sempre meglio le meraviglie dell’amore divino, a riconoscere la nostra piccolezza e a identificare del tutto la nostra volontà con la volontà di Dio.

San Josemaría Escrivá – E’ Gesù che passa, 135

Hirte

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Senza il ‘senso del peccato’ aumentano i ‘complessi di colpa’.

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Benedetto XVI ha constatato che alla perdita del “senso del peccato” che caratterizza la società attuale è seguito un aumento dei “complessi di colpa”. Questo fenomeno, ha aggiunto, dimostra la necessità dell’essere umano di ricevere il perdono di Dio, che ha luogo attraverso il sacramento della confessione. Il Papa lo ha osservato ricevendo in udienza i partecipanti al Corso sul Foro interno offerto dal Tribunale della Penitenzieria Apostolica a sacerdoti ordinati recentemente. Compiendo un’analisi della realtà attuale, il Papa ha osservato che c’è “un’umanità che vorrebbe essere autosufficiente, dove non pochi ritengono quasi di poter fare a meno di Dio per vivere bene”. Eppure, ha riconosciuto, “quanti sembrano tristemente condannati ad affrontare drammatiche situazioni di vuoto esistenziale, quanta violenza c’è ancora sulla terra, quanta solitudine pesa sull’animo dell’uomo dell’era della comunicazione!”. “In una parola – ha detto –, oggi pare che si sia perso il ‘senso del peccato’, ma in compenso sono aumentati i ‘complessi di colpa’”. “Chi potrà liberare il cuore degli uomini da questo giogo di morte, se non Colui che morendo ha sconfitto per sempre la potenza del male con l’onnipotenza dell’amore divino?”, si è chiesto il Pontefice. “Il sacerdote, nel sacramento della Confessione, è strumento di questo amore misericordioso di Dio”, ha ricordato. “L’impegno del sacerdote e del confessore è principalmente questo: portare ciascuno a fare esperienza dell’amore di Cristo per lui, incontrandolo sulla strada della propria vita”. “Il sacerdote, ministro del sacramento della Riconciliazione, senta sempre come suo compito quello di far trasparire, nelle parole e nel modo di accostare il penitente, l’amore misericordioso di Dio”, ha concluso infine il Papa.

Pubblichiamo il discorso pronunciato da Benedetto XVI nel ricevere questo venerdì in udienza i partecipanti al Corso sul Foro interno promosso dalla Penitenzieria Apostolica.

Signor Cardinale,

Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,

ben volentieri vi accolgo quest’oggi e rivolgo il mio cordiale saluto a ciascuno di voi, partecipanti al Corso sul Foro interno organizzato dalla Penitenzieria Apostolica. In primo luogo saluto il Signor Cardinale James Francis Stafford, Penitenziere Maggiore, che ringrazio per le gentili parole rivoltemi, il Vescovo Gianfranco Girotti, Reggente della Penitenzieria, e tutti i presenti.

L’odierno incontro mi offre l’opportunità di riflettere insieme a voi sull’importanza del sacramento della Penitenza anche in questo nostro tempo e di ribadire la necessità che i sacerdoti si preparino ad amministrarlo con devozione e fedeltà a lode di Dio e per la santificazione del popolo cristiano, come promettono al Vescovo nel giorno della loro Ordinazione presbiterale. Si tratta infatti di uno dei compiti qualificanti del peculiare ministero che essi sono chiamati ad esercitare ‘in persona Christi’. Con i gesti e le parole sacramentali, i sacerdoti rendono visibile soprattutto l’amore di Dio, che in Cristo si è rivelato in pienezza. Nell’amministrare il Sacramento del perdono e della riconciliazione, il presbitero – ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica – agisce come ‘il segno e lo strumento dell’amore misericordioso di Dio verso il peccatore’ (n. 1465). Ciò che avviene in questo sacramento è pertanto innanzitutto mistero di amore, opera dell’amore misericordioso del Signore.

‘Dio è amore’ (1 Gv 4,16): in questa semplice affermazione l’evangelista Giovanni ha racchiuso la rivelazione dell’intero mistero di Dio Trinità. E nell’incontro con Nicodemo Gesù, preannunciando la sua passione e morte in croce, afferma: ‘Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in Lui non muoia, ma abbia la vita eterna’ (Gv 3,16). Abbiamo tutti bisogno di attingere alla fonte inesauribile dell’amore divino, che si manifesta a noi totalmente nel mistero della Croce, per trovare l’autentica pace con Dio, con noi stessi e con il prossimo. Solo da questa sorgente spirituale è possibile trarre quell’energia interiore indispensabile per sconfiggere il male e il peccato nella lotta senza pausa, che segna il nostro pellegrinaggio terreno verso la patria celeste.

Il mondo contemporaneo continua a presentare le contraddizioni ben rilevate dai Padri del Concilio Vaticano II (cfr Cost. past. Gaudium et spes, 4-10): vediamo un’umanità che vorrebbe essere autosufficiente, dove non pochi ritengono quasi di poter fare a meno di Dio per vivere bene; eppure, quanti sembrano tristemente condannati ad affrontare drammatiche situazioni di vuoto esistenziale, quanta violenza c’è ancora sulla terra, quanta solitudine pesa sull’animo dell’uomo dell’era della comunicazione! In una parola, oggi pare che si sia perso il ‘senso del peccato’, ma in compenso sono aumentati i ‘complessi di colpa’. Chi potrà liberare il cuore degli uomini da questo giogo di morte, se non Colui che morendo ha sconfitto per sempre la potenza del male con l’onnipotenza dell’amore divino? Come ricordava san Paolo ai cristiani di Efeso, ‘Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amati, da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo’ (Ef 2,4). Il sacerdote, nel sacramento della Confessione, è strumento di questo amore misericordioso di Dio, che invoca nella formula dell’assoluzione dei peccati: ‘Dio, Padre di misericordia, che ha riconciliato a sé il mondo nella morte e risurrezione del suo Figlio, e ha effuso lo Spirito Santo per la remissione dei peccati, ti conceda, mediante il ministero della Chiesa, il perdono e la pace’.

Il Nuovo Testamento, in ogni sua pagina, parla dell’amore e della misericordia di Dio che si sono resi visibili in Cristo. Gesù infatti, che ‘riceve i peccatori e mangia con loro’ (Lc 15,2), e con autorità afferma: ‘Uomo, i tuoi peccati ti sono rimessi’ (Lc 5,20), dice: ‘Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a convertirsi’ (Lc 5,31-32). L’impegno del sacerdote e del confessore è principalmente questo: portare ciascuno a fare esperienza dell’amore di Cristo per lui, incontrandolo sulla strada della propria vita come Paolo lo incontrò sulla via di Damasco. Conosciamo l’appassionata dichiarazione dell’Apostolo delle genti dopo quell’incontro che ne cambiò la vita: ‘mi ha amato e ha dato se stesso per me’ (Gal 2,20).

Questa è la sua esperienza personale sulla via di Damasco: il Signore Gesù ha amato Paolo e ha dato la sua vita per lui. E nella confessione questa è anche la nostra strada, la nostra via di Damasco, la nostra esperienza: Gesù ha amato me e si è donato per me. Possa ogni persona fare questa stessa esperienza spirituale e come ha detto il Servo di Dio Giovanni Paolo II ‘riscoprire Cristo come mysterium pietatis, colui nel quale Dio ci mostra il suo cuore compassionevole e ci riconcilia pienamente a sé. È questo volto di Cristo che occorre far riscoprire anche attraverso il sacramento della Penitenza’ (Giovanni Paolo II, Lett. ap. Novo millennio ineunte, 37). Il sacerdote, ministro del sacramento della Riconciliazione, senta sempre come suo compito quello di far trasparire, nelle parole e nel modo di accostare il penitente, l’amore misericordioso di Dio. Come il padre della parabola del figlio prodigo, accolga il peccatore pentito, lo aiuti a risollevarsi dal peccato, lo incoraggi a emendarsi non venendo mai a patti con il male, ma riprendendo sempre il cammino verso la perfezione evangelica. Questa bella esperienza del figlio prodigo, che trova nel Padre tutta la misericordia divina, sia l’esperienza di chiunque si confessa, nel sacramento della Riconciliazione.

Cari Fratelli, tutto ciò comporta che il sacerdote impegnato nel ministero del sacramento della Penitenza sia animato egli stesso da una costante tensione alla santità. Il Catechismo della Chiesa Cattolica punta alto in tale esigenza, quando afferma: ‘Il confessore […] deve avere una provata conoscenza del comportamento cristiano, l’esperienza delle realtà umane, il rispetto e la delicatezza nei confronti di colui che è caduto; deve amare la verità, essere fedele al Magistero della Chiesa e condurre con pazienza il penitente verso la guarigione e la piena maturità. Deve pregare e fare penitenza per lui, affidandolo alla misericordia del Signore’ (n. 1466).

Per portare a compimento questa importante missione, interiormente unito sempre al Signore, il sacerdote si mantenga fedele al Magistero della Chiesa per quanto concerne la dottrina morale, cosciente che la legge del bene e del male non è determinata dalle situazioni, ma da Dio. Alla Vergine Maria, Madre di misericordia, chiedo di sostenere il ministero dei sacerdoti confessori e di aiutare ogni comunità cristiana a comprendere sempre più il valore e l’importanza del sacramento della Penitenza per la crescita spirituale di ogni fedele. A voi, qui presenti, e alle persone che vi sono care imparto con affetto la mia Benedizione.

Benedetto XVI – 2007

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Come crocifiggere l’ego in 7 punti essenziali

Come si realizza la sottomissione dell’ego a Dio affinché l’anima si liberi e viva in un abbandono totale alla volontà di Dio?

  1. Sii attento a non fare affidamento alla tua sapienza personale e le tue capacità, a non nutrire bramosie umane per una qualche opera, nel timore che il tuo spirito si fermi, si oscuri la tua visione, la grazia ti abbandoni e tu rischi di non vedere più il cammino divino, di perdere la verità, di cadere nella rete del nemico e di diventare schiavo del tuo ego e dei desideri degli uomini.
    Guai a coloro che si credono sapienti, e si reputano intelligenti (Is 5,21)
  2. Guardati dal credere di essere qualcosa di importante, che senza di te le cose si fermino e i lavori si interrompano, e così il tuo ego appaia importante ai tuoi occhi. Sappi che Dio può fare con un altro molto meglio di quanto non faccia con te; che può rendere deboli i forti e forti i deboli, rendere ignoranti i sapienti e sapienti gli ignoranti. Tutto quel che è buono e utile in te è di Dio e non tuo, e se tu non ne hai cura e nel tuo intimo non l’attribuisci a Dio, ti verrà tolto. E se ti vanti della tua intelligenza o della tua virtù, Dio le abbandona ed esse si trasformano in corruzione, rovine e mali.
  3. Se il tuo ego teme la sottomissione a Dio, si sottrae all’abbandono a lui e si gloria del proprio potere; se tu attribuisci la tua intelligenza, la tua virtù e la tua riuscita a te stesso, Dio ti sottopone a correzioni che si ripetono, una dopo l’altra, a tribolazioni che si susseguono, fino a quando non ti sottometti e ti abbandoni a lui con umiltà. Ma se rifiuti la correzione e detesti subire la tribolazione, allora Dio ti abbandonerà a te stesso per sempre.
  4. Sii attento quindi e presta bene ascolto, perché, o ti consideri realmente al pari di niente, in atti e in parole, fermamente deciso nel tuo intimo ad abbandonarti a Dio con tutte le tue forze e, in questo caso, ti liberi di buon grado dal tuo ego per la grazia di Dio; oppure verrai consegnato alla correzione fino a quando, costretto, ti libererai dal tuo ego. Farai bene quindi a scegliere il cammino della sottomissione volontaria, a considerarti fin da ora un nulla e a seguire la grazia sulle vie dello Spirito.
  5. Sappi che la sottomissione a Dio e il totale abbandono alla sua volontà e al suo discernimento sono in realtà un dono e una grazia. Per ottenerlo, insieme alla preghiera e alla supplica, abbiamo bisogno della forza fiduciosa della fede dell’insistenza del cuore, affinché Dio non ci affidi alla correzione a causa del nostro ottenebramento e non ci lasci alla nostra sapienza. Inoltre, dobbiamo optare con grande determinazione per la rinuncia a noi stessi in ogni momento e in ogni occasione, non davanti al mondo, ma nell’intimo della nostra coscienza. Beato colui che scopre la debolezza e la mediocrità della propria anima, che l’ammette e la confessa davanti a Dio fino all’ultimo della sua vita.
  6. Se subisci la correzione, sappi che si tratta di un bene immenso, perché Dio affida alla correzione l’anima che ha dimenticato la propria debolezza e si glorifica delle proprie capacità e successi. Dio la corregge fino a quando non si sia resa conto della propria debolezza: essa vi perviene soprattutto quando Dio non concede alcuno sfogo al suo sconforto bloccando l’io da ogni parte e lasciandolo in preda alle umiliazioni interiori o esteriori – dipendano dai peccati o dagli affronti -, finché l’anima giunga a detestarsi, a maledire la propria intelligenza, a negare la propria capacità e si affidi, infine, a lui, umile e contrita. In quel momento l’uomo non ha difficoltà a detestare il proprio ego; si augura addirittura che tutti si uniscano a lui per detestare quell’ego esecrabile. Tale è l’autentico cammino d’umiltà che conduce al totale abbandono alla volontà divina e che sfocia nella liberazione dell’anima dalla dominazione dell’ego, dai suo inganni, dalla sua ostinazione e dal suo orgoglio.
  7. Se vuoi raggiungere la liberazione dell’anima attraverso il cammino migliore e più semplice, mettiti alla scuola della grazia, siediti ogni giorno, esamina i tuoi pensieri, le tue ragioni, le tue intenzioni, i tuoi obiettivi, le tue parole, le tue azioni alla luce della parola di Dio. Scoprirai allora la corruzione del tuo ego, la sua doppiezza, la sua malizia, i suoi inganni, il suo orgoglio, le sue sozzure… Se persevererai così ogni giorno con cuore contrito, potrai liberarti dall’ego menzognero e morboso e vincere progressivamente su di lui fino a sbarazzarti del suo ascendente. Allora ti renderai conto della gravità del disastro nel quale il tuo ego ti aveva trascinato quando gli obbedivi, quando ti compiacevi in lui, te ne gloriavi e ricercavi il suo rispetto e la sua dignità.

E nello stesso istante in cui, nell’intimo di te stesso, sarai sicuro di non essere nulla e che Dio è tutto, allora sarai veramente libero.

Matta El Meskin

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Umiltà

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Perché credere? Perché non credere?

Premessa

La domanda più importante della vita, dalla cui risposta tutto dipende, non è “cosa mi piace?”, “di che cosa ho voglia?”, ma… “che cosa è vero?”.
Questo è l’atteggiamento più intelligente nei confronti della propria vita, perché la realtà – anche la realtà della nostra vita e il suo significato – non dipende da quel che pensiamo noi (soggettivamente), ma è quella che è (oggettivamente). Per cui la mia vita si realizzerà pienamente solo se seguirò ciò che è vero (verità), non ciò che mi invento (opinione soggettiva).
Una vera amicizia, anche tra noi, è data soprattutto non dal condividere semplicemente una coabitazione o certi momenti di svago o di studio, ma dall’aiutarci vicendevolmente a cercare le risposte vere ai quesiti più decisivi della vita. Pensare invece che tutto sia solo opinabile, cioè che non esista o non possiamo conoscere quella verità oggettiva uguale per tutti e al di sopra di tutti, non inventabile ma scopribile, significa fondamentalmente rassegnarci ad affiancare semplicemente gusti e opinioni, senza in fondo mai capirci e poter dialogare davvero.
Quella di oggi vuol essere una prima provocazione a cercare; più che dare delle risposte vogliamo aiutarci a impostare bene le domande.

Perché credere?
La provocazione che ci viene dal cristianesimo è fortissima ed unica; non ha equivalenti neppure nelle altre religioni. Anzi, in senso stretto il cristianesimo non è neppure una “religione”, se per religione si intende semplicemente una relazione con la divinità, una dottrina di fede con una morale. Il cristianesimo è infatti anzitutto una notizia (appunto “Vangelo”, dal greco), cioè la notizia di un singolarissimo avvenimento storico, di cui abbiamo testimonianze ancora più certe di altri fatti storici. E’ l’annuncio che oltre 2000 anni fa (significativamente infatti contiamo gli anni prima e dopo quell’evento) è accaduto qualcosa di inimmaginabile, che cambia tutta la vita: Dio stesso (quello che poco o tanto intuiscono le religioni, quello la cui esistenza era stata scoperta anche dai massimi filosofi, quello stesso Dio che aveva già parlato agli Ebrei) si è reso presenza fisica in mezzo a noi, prendendo tutta la natura umana, per permettere ad ogni uomo di partecipare per sempre alla Sua stessa vita. Il “caso” Gesù di Nazareth, il Cristo, è infatti unico; potremmo dire una “pretesa” unica. Il cristianesimo è infatti annuncio e dono non di una dottrina, ma di una persona: l’unico uomo-Dio. Prova suprema della sua divinità è stata la sua resurrezione, cioè la vittoria definitiva sulla morte.
Perché anzitutto dovrei interessarmi a Cristo, fino a credere in Lui?
Potremmo dire anzitutto semplicemente: perché è un fatto, un avvenimento.
Il bello di un fatto è che non dipende da me, dalla mia opinione, dai miei gusti o voglie. Se è accaduto, è accaduto, e non posso farci niente. L’unica domanda seria è eventualmente vedere se è realmente accaduto o no, che cosa è realmente accaduto o cosa potrebbe essere stato inventato; ma questo riguarda qualsiasi fatto storico; ed è possibile farlo anche sul “caso” Cristo.

Cosa c’è in gioco?
Se Cristo è risorto, se quindi è Dio-fatto-uomo, allora qui ci troviamo di fronte non ad una teoria tra le tante, in cui eventualmente scegliere qualcosa a piacimento, ma è la verità assoluta (Dio infatti non può sbagliarsi).
In Cristo si rivela allora pienamente il senso della nostra vita, il significato di ogni cosa della vita.
Cristo ha promesso che ritornerà nella gloria e tutto sarà sottoposto al suo “giudizio”.
L’uomo è chiamato all’eternità (questo non dipende da noi); ma se sarà un’eternità infinitamente felice (partecipando alla vita di Dio) o infinitamente disperata (inferno), dipende dalla nostra libera adesione o rifiuto di Lui, che è la “via, la verità e la vita”(Gv 14,6).
C’è dunque in gioco non solo la bellezza e la verità della vita presente, ma il nostro personale destino eterno. Non ci sarà un’altra vita per poter cambiare: ci giochiamo tutto qua, su questa domanda.
E’ una sfida totale, una scommessa su tutto (come direbbe B.Pascal): non si tornerà indietro.

Perché non credere?
Nonostante che siamo fatti per questa felicità e vita infinite; e nonostante che abbiamo, se vogliamo fare una ricerca seria, assai più motivi ragionevoli per credere piuttosto che non credere, non ci nascondiamo che possiamo essere tentati di non credere, oggi forse più che mai.
Proviamo a vedere qualche motivo:

  • perché voglio essere libero
    In realtà la libertà è una straordinaria capacità che Dio ci ha dato, affinché siamo responsabili di quello che facciamo (e quindi con meriti o colpe). Dio ci ha dato la libertà e non ce la toglie, perfino se ci facessimo del male. La libertà non è però il capriccio di fare semplicemente quello che si vuole, anche perché la libertà non può nulla contro la verità. Potremmo dire che la libertà sta alla verità come le gambe stanno alla strada: la libertà di andare fuori strada indica un difetto, un uso sbagliato della stessa libertà. Quindi tanto più sono nella verità, tanto più sono libero (cfr. Gv 8,32).

– perché non mi va, non mi piace, non lo sento
Abbiamo osservato che questo non può essere il criterio della vita. Come la vita stessa col tempo ci insegna, ciò che ci edifica, che ci realizza davvero, non coincide sempre con quello che immediatamente ci piace.

  • perché è difficile.
    Certamente è più facile lasciarsi andare e vivere secondo la voglia del momento; ma abbiamo appena detto che questa non è la posizione più intelligente dell’uomo. Seguire Cristo non è certamente facile, lui stesso ha detto che la “porta” che conduce alla vita è “stretta” ed occorre uno sforzo, oltre alla sua grazia (Lc 13,24); tanto più che, dal “peccato originale” in poi c’è in noi anche una resistenza, una fatica ed una tentazione diabolica contraria al cammino della verità, pur essendo fatti per questo.

– perché non vedo cosa c’entra con la vita
La fede, come vedremo in seguito, non è un dato acquisito una volta per sempre: occorre conoscere sempre meglio la verità che è Cristo e cercare di farne anche sempre più esperienza. Per questo, se si rimane con qualche nozione superficiale, non si capisce cosa la fede implichi e cosa cambi nella vita concreta di un uomo. Una fede superficiale, staccata dalla vita, rischia di essere smarrita.

– perché qualcosa o qualcuno mi ha scandalizzato
Molte volte ci sono pregiudizi contro la fede e contro la Chiesa, spesso appositamente orchestrati per farci perdere la fede. Dobbiamo allora essere più informati su come stanno realmente le cose (ad esempio su certe questioni storiche). Se poi noi abbiamo fatto qualche incontro con cristiani che effettivamente ci hanno scandalizzato, dobbiamo cercare di capire che sarebbe stupido precluderci il cammino della vita eterna perché c’è qualcuno che non è coerente col Vangelo (potremmo banalmente dire: peggio per lui!). La verità infatti rimane quella, anche se chi me l’annuncia non la vivesse.

– perché c’è il male nel mondo
Questo è uno dei problemi più difficili. Qua diciamo solo che il vero male del mondo è il male morale, cioè quello fatto dagli uomini; e questo è proprio il frutto della disobbedienza a Dio, cioè il frutto di un abuso di libertà (che Dio, abbiamo detto, continua a rispettare, salvo il giudizio finale).

pensatore

Fonte: San Damiano
– perché c’è il male nel mondo
Questo è uno dei problemi più difficili. Qua diciamo solo che il vero male del mondo è il male morale, cioè quello fatto dagli uomini; e questo è proprio il frutto della disobbedienza a Dio, cioè il frutto di un abuso di libertà (che Dio, abbiamo detto, continua a rispettare, salvo il giudizio finale).

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Un Santo per amico: Agostino

Agostino, fedele compagno di viaggio di Benedetto XVI

Il mio amico Agostino. La catechesi di ieri di Benedetto XVI potrebbe intitolarsi così. Come un uomo può parlare di un amico grande, che incontra da ragazzo egli resta per sempre accanto, così il Papa ha parlato di Agostino. Che è Agostino di Ippona, ed è morto quasi milleseicento anni fa.

Come può un uomo di un tempo così perdutamente remoto essere compagno, interlocutore silenzioso e fedele, di un altro in un evo vertiginosamente distante? È l’ostacolo, la barriera opaca del tempo, che quasi inconsciamente si frappone fra noi e i santi che pure magari veneriamo. Francesco, Bernardo, Teresa e Caterina: uomini e donne straordinari, ma la massa rappresa del tempo che ci separa li fa sembrare spesso irrimediabilmente lontani; e allora quelle figure si irrigidiscono in devoti stereotipi, e la loro umanità sembra incapace di toccare la nostra.

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Senza sprecarne niente …

Appoggiato al tronco della vita,

senza più l’ansia di nuovi giorni,

radicato nella tua provvidenza

e pieno di stupore

per questi cieli azzurri che ancora mi regali …

 

bisognoso di eterno,

come un albero tendente all’infinito,

con sempre meno rami da offrirti

e più lamenti,

ma assetato di speranza …

 

sì, anche in questa calura estiva,

con questo sabbioso calore,

con questa nebbia fina,

umida e abrasiva,

che si appiccica lungo l’arbusto,

nelle rughe della pelle,

fin dentro la linfa dell’anima  …

 

è che voglio vivere e ansimare,

piuttosto che non vedere più le stelle;

amare, fino all’inverosimile,

invece di incupirmi e non tendere verso l’alto …

pensare che ho ancora un’altra estate da vivere,

una ragione da vendere

e altri fiori da descrivere …

 

prima che mi addormenti,

prima che lasci il posto ad altri poeti,

che intinga il sangue sugli stipiti

ad aspettare che passi il mio angelo a benedirmi …

 

allora vivo il presente

e ramifico il futuro,

con le solide radici del passato,

senza sprecarne niente,

in attesa dello scrosciare delle piogge,

come lacrime d’agosto,

che prima o poi arrivano sempre …

 

a pulirne i giorni,

e anche i suoi dolorosi contorni …

 

ma vivo anche aspettando il sole,

il suo calore,

la luce,

le acque impetuose  e salate,

le altre stagioni,

finanche le nuvole d’inverno …

 

tutto per arrivare alla prossima estate

e a questo vento caldo di scirocco

per cercarti al riparo del mondo …

 

Lo sai,

è che sono bisognoso d’eterno,

per tornare ad appoggiarmi a Te,

come a un albero Padre,

e stare un poco all’ombra del tuo tempo …

 

(Crescenzo)

 

senzanomehc7

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«Parlo da cattolico, ma…» (tenetevi forte)

Parlassero di meno, soprattutto da cattolici.

Giuliano Guzzo

cattolico

Brutte notizie amici, ci siamo persi un comandamento per strada: quello che impone di parlare “da cattolici”. Altri invece devono averlo scovato

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San Benedetto da Norcia

Padre buono, ti prego,
dammi un’intelligenza che ti comprenda,
un animo che ti gusti,
una pensosità che ti cerchi,
una sapienza che ti trovi,
uno spirito che ti conosca,
un cuore che ti ami,
un pensiero che sia rivolto a te,
degli occhi che ti guardino,
una parola che ti piaccia,
una pazienza che ti segua,
una perseveranza che ti aspetti.
Dammi, ti prego, la tua santa presenza,
la resurrezione,
la ricompensa e la vita eterna.

San Benedetto da Norcia

Fonte

benedikt3

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L’odore del tempo

C’è come un’aria nuova,

come una bella emozione,

un peso leggero, lieve,

una gerla

sulle spalle gravide di tempo,

su questo pezzo di strada,

sempre più breve …

 

come un imbuto di ricordi,

fino a un domani,

fino a passarne il testimone …

 

il profumo fresco di mia madre,

quello specchio che l’ha riflessa per anni,

gli orecchini bianchi,

di madreperla,

o la collana delle tante occasioni  …

 

quel vestito a doppio petto di mio padre,

il gigante, sull’uscio di casa,

ad attendere la dama,

per uscire finalmente nella sera,

come regnanti di un sogno …

 

per il mio bisogno,

e per l’invidia del mondo …

 

belli, sottobraccio,

come il verde e la primavera,

come una carne sola,

di una bellezza invasa,

che solo un figlio sa scorgerne i contorni,

fino al fondo del fondo,

di quelle anime il legaccio …

 

C’è come un’aria nuova,

come l’odore fresco di lenzuola,

e quelle mani rugose,

adesso piene di tempo

appoggiate sul letto,

che stringono le mie mani

alla ricerca di un Getsemani senza peso …

 

mani che hanno toccato il passato

e lo conservano ora nelle linee della vita,

che hanno tanto amato,

difeso,

accarezzato,

consolato …

 

mani che adesso cercano le mie dita,

da stringere,

per non perdersi, e non disperare …

 

C’è come un’aria nuova,

più ossigeno per il mio cuore,

per le mie povere cellule,

che si rigenerano ancora,

in questa vita che non finisce mai,

che si rinnova,

nonostante le apparenze …

 

perché c’è ancora tanto da fare

e tanto da rifare,

come se l’oggi fosse sempre ieri,

con il cervello che invecchia ogni giorno

ma respira sempre meglio in verticale,

e sa comprenderne i misteri …

 

io, cavaliere errante,

poeta, e figlio di un gigante,

che attendo sull’uscio di casa

mentre lei si prepara per uscire …

la stessa scena di un tempo,

sottobraccio,

insieme,

e per l’invidia del mondo …

 

intrisi di una fragranza leggera e fresca,

che non si disperde,

come il profumo buono dei ricordi,

come il vero amore … …

 

sì, c’è come un’aria nuova,

o forse è la stessa …

ma ha sempre un buon odore …

 

(Crescenzo)

Il_tempo_che_passa

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Fidarsi di Dio

Senza Gesù non facciamo nulla di buono. È questo l’insegnamento dato dal Maestro ai suoi discepoli nel racconto evangelico della pesca miracolosa e che si ripete nella nostra vita.
San Luca racconta che un giorno il Signore predicava nei pressi del mare di Galilea ed erano così tanti quelli che lo ascoltavano che egli dovette chiedere aiuto. Alcuni pescatori stavano lavando le reti sulla riva. Avevano terminato la parte più impegnativa del lavoro e stavano sistemando le ultime cose, sicuramente con l’idea di andarsene al più presto a casa per riposarsi. Ma Gesù salì su una barca, quella di Simone, e da lì continuò a parlare alla folla.
L’evangelista non si sofferma a raccontarci il contenuto dell’insegnamento del Signore. Questa volta vuole farci prestare attenzione ad altri fatti, perché contengono una lezione di grande importanza per la vita cristiana.
FE.1
Lotta e fiducia
Forse Pietro e i suoi compagni pensavano che, al termine del suo discorso, Gesù sarebbe ritornato a riva e avrebbe ripreso il suo cammino. Ma non fu così: si rivolse a loro e li invitò a riprendere il lavoro, proprio quello che stavano per concludere. Ne furono sorpresi; ma Simone ebbe la grandezza d’animo di non badare alla stanchezza e rispose: Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti.
Avevano lavorato tutta la notte, invano. Sapevano pescare, era la loro professione, avevano esperienza; eppure niente: erano ritornati stanchi e senza un pesce. Probabilmente, erano anche demoralizzati. Magari qualcuno avrà anche pensato che con quel mestiere non si poteva tirare avanti e avrà avuto il desiderio – più o meno represso – e frutto di una sensazione di impotenza, di piantare tutto.
Sappiamo che il racconto si conclude con una pesca straordinariamente abbondante. Se ci domandassimo che cosa fece la differenza tra questa abbondanza e l’insuccesso notturno, la risposta sarebbe immediata: la presenza di Cristo. Tutte le altre circostanze di questo secondo tentativo sembrano meno favorevoli di quelle del primo: le reti non completamente lavate, l’ora poco adatta, la depressa condizione fisica e mentale dei pescatori…
Il Signore si serve di tutto questo per dare, a loro e a noi, un insegnamento spirituale molto importante: senza Gesù non combiniamo nulla. Senza Cristo, il frutto della lotta sarà la stanchezza, la tensione, lo scoraggiamento, il desiderio di piantare tutto; senza Cristo, cercheremmo di ingannarci gettando sulle circostanze la colpa della nostra inefficacia; senza Cristo, saremmo invasi dalla sensazione di inutilità. Con Lui, invece, la pesca è abbondante.
La santità non consiste nel compiere una serie di norme. È, invece, la vita di Cristo in noi. Più che nel fare, essa consiste nel lasciar fare, nel lasciarsi portare; però mettendo da parte nostra tutto il possibile. Tu, cristiano e, in quanto cristiano, figlio di Dio, devi sentire la grave responsabilità di corrispondere alle misericordie ricevute dal Signore, mediante un atteggiamento di vigilante e amorosa fermezza, perché niente e nessuno possa deformare i lineamenti peculiari dell’Amore, che Egli ha impresso nella tua anima.
Quando lottiamo per essere santi, il filo della nostra volontà si unisce al filo della Volontà di Dio e s’intreccia con quest’ultima per formare un unico tessuto, un’unica tela, che è la nostra vita. Questa trama deve diventare sempre più fitta, finché arriverà un momento in cui la nostra volontà si identificherà con quella di Dio in modo tale che non saremo capaci di distinguere l’una dall’altra, perché entrambe desiderano le stesse cose.
Quasi alla fine della sua vita terrena Gesù confida a san Pietro: In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi. Prima ti appoggiavi a te stesso, alla tua volontà, alla tua fortezza; prima pensavi che la tua parola fosse più sicura della mia…, e vedi con quali risultati. Da ora in poi ti appoggerai a Me e vorrai ciò che Io vorrò… e le cose andranno molto meglio.
La vita interiore sgorga dalla grazia e richiede la nostra cooperazione. Lo Spirito Santo soffia e dà impeto alla nostra barca. Per fare la nostra parte, noi disponiamo, per così dire, di due remi: da un lato, il nostro impegno personale; dall’altra, la fiducia in Dio, la certezza che non ci abbandonerà. I due remi sono indispensabili e dobbiamo rafforzare i nostri muscoli se vogliamo che la vita interiore proceda in avanti. Se uno dei due remi viene a mancare, la barca girerà su se stessa, sarà molto difficile governarla; allora l’anima comincerà a zoppicare: non progredirà, perderà la spinta, finirà per venir meno e affonderà facilmente.
Se non c’è la decisione efficace di lottare, la pietà diventa sentimento, le virtù si indeboliscono: l’anima sembra riempirsi di buoni desideri, che tuttavia si mostrano inefficaci al momento di impegnarsi. Se poi ci si affida a una volontà forte, alla decisione di lottare senza confidare nel Signore, il frutto sarà l’aridità, la tensione, la stanchezza, il disgusto per una lotta che non porta pesci nella rete della vita interiore e dell’apostolato: l’anima si ritrova, come Pietro e compagni, nella notte infruttuosa.
Se ci accorgiamo di un simile pericolo, se cadiamo nello scoraggiamento per esserci troppo fidati della nostra competenza o della nostra esperienza, della nostra volontà decisa e forte… e poco di Cristo, chiediamo al Signore di salire sulla nostra barca. La sua presenza è molto importante per noi; molto più dei risultati del nostro impegno. È da notare che il Signore non promette una grande pesca, né Simone se l’aspetta; però si rende conto che in ogni caso vale la pena lavorare per il Signore: In verbo autem tuo laxabo retia.
FE.2
Abbandono
Torniamo indietro e rivolgiamo la nostra attenzione alla richiesta di Gesù:Prendi il largo e calate le reti per la pesca.
Duc in altum.Porta la barca al largo. Per addentrarsi nella vita interiore bisogna rinunciare a tenere i piedi sul terreno solido, in cui ci sentiamo completamente a nostro agio; è necessario avanzare fino a luoghi agitati dalle onde, dove la barca ondeggia e l’anima si accorge di non averne del tutto il controllo, di rischiare di affogare in caso di caduta.
Non saremmo più al sicuro sulla riva, o perlomeno dove l’acqua arriva al ginocchio, alla cintura, o al massimo alle spalle? Forse sì, là ci sentiremmo più sicuri. Però sulla riva non si pesca niente che valga la pena. Se vogliamo gettare le reti per pescare dobbiamo portare la barca al largo, dobbiamo scacciare la paura di non vedere più la costa.
Quante volte Gesù rinfaccia ai discepoli la loro paura: Perché avete paura, uomini di poca fede?. Forse meritiamo anche noi lo stesso rimprovero: perché non ti fidi? Perché vuoi padroneggiare e controllare tutto? Perché ti costa tanto camminare quando il sole non risplende al massimo del suo fulgore?
L’anima tende istintivamente a cercare riferimenti, qualche segno evidente che procede bene. Il Signore ce li concede spesso, ma non cresceremo nella vita interiore se permettiamo che ci ossessioni la necessità di verificare i nostri progressi.
Forse abbiamo l’esperienza che nei momenti difficili, quando non siamo in grado di formulare un giudizio netto sulla nostra rettitudine, e ci consumiamo nel desiderio di cercare a ogni costo una risposta, finiamo con l’attribuire a una circostanza insignificante un valore sproporzionato: uno sguardo sorridente o serio, un elogio o una correzione, una circostanza favorevole o una contraria, ci bastano a volte per far diventare brillanti o cupi eventi del tutto indifferenti.
La crescita nella vita interiore non dipende dall’essere sicuri della Volontà di Dio. L’ansia smisurata di sicurezza è il punto d’incontro del volontarismo con il sentimentalismo. Certe volte il Signore permette una insicurezza che, se compresa, ci aiuta a crescere nella rettitudine d’intenzione. L’importante è abbandonarsi nelle sue mani, e trovare in Lui la pace.
La nostra lotta non ha l’obiettivo di procurarci sentimenti gradevoli. Spesso li avremo; altre volte, no. Un po’ di esame probabilmente ci farà scoprire che li cerchiamo con una frequenza maggiore di quel che immaginiamo, se non per se stessi, sicuramente come garanzia dell’efficacia della lotta.
Lo avvertiremo, per esempio, quando proviamo scoraggiamento nel caso di una tentazione alla quale non cediamo, ma che persiste; quando sentiamo fastidio perché qualcosa ci costa e – così ci pare – non dovrebbe costarci; quando sentiamo disagio perché la donazione non ci attrae nel modo travolgente che ci piacerebbe…
Dobbiamo lottare nelle cose su cui possiamo lottare, senza puntare a testa bassa contro ciò che non è in nostro potere dominare: i sentimenti non sono completamente sottomessi alla volontà e non possiamo pretendere che lo siano.
Dobbiamo imparare ad abbandonarci, mettendo nelle mani di Dio il risultato della nostra lotta, perché soltanto la fiducia in Lui può avere ragione delle nostre inquietudini. Se vogliamo essere pescatori d’alto mare, dobbiamo portare la barca al largo, dove non si tocca; dobbiamo superare il desiderio di cercare punti di riferimento, di avere la prova che facciamo progressi. Ma per riuscire a tanto è decisivo appoggiarsi sulla contrizione.
FE.3
Ricominciare
Simone e i suoi compagni seguirono il consiglio del Signore e presero una quantità enorme di pesci e le reti si rompevano. Del frutto di quella audacia trassero beneficio altri che vennero ad aiutarli, e le due barche si riempirono al punto che quasi affondavano. L’abbondanza tanto straordinaria indusse Pietro ad avvertire la vicinanza di Dio e a sentirsi indegno di tale familiarità:Signore, allontanati da me che sono un peccatore. Tuttavia, pochi minuti dopo,lasciarono tutto e lo seguirono. E furono fedeli sino alla morte.
Pietro scoprì il Signore durante quella pesca straordinaria. Avrebbe reagito nello stesso modo se la notte precedente il suo lavoro fosse andato bene? Forse no. Forse in una pesca particolarmente generosa avrebbe riconosciuto un aiuto di Gesù, ma non avrebbe capito fino a che punto Dio era vicino e che tutto veniva da Lui. Affinché il miracolo smuovesse l’anima di Simone, conveniva che la notte precedente fosse andata a vuoto, malgrado il suo impegno sincero.
Il Signore si serve dei nostri difetti per attirarci a Lui, purché noi ci sforziamo sinceramente per vincerli. Se lottiamo, dobbiamo volerci bene così come siamo, con i nostri difetti. Nel farsi uomo, il Verbo assunse alcune limitazioni: quelle che caratterizzano la condizione umana, proprio quelle contro le quali noi a volte ci ribelliamo. Nel cammino di identificazione con Cristo è importante accettare i propri limiti.
Tante volte è proprio la coscienza serena della nostra indegnità a farci scoprire Cristo accanto a noi, perché vediamo chiaramente che i pesci nelle nostre reti non sono frutto della nostra bravura, ma della volontà di Dio. E questa esperienza ci riempie di gaudio e ci convince ancora una volta che è la contrizione a farci progredire nella vita interiore.
Allora, come Pietro, ci gettiamo ai piedi di Gesù; e anche noi, come lui, finiamo per lasciare tutto – anche quella pesca straordinaria! – per seguirlo, perché soltanto di Lui ci importa.
La prontezza della contrizione segna la via per la gioia. La tua vita interiore dev’essere proprio questo: cominciare… e ricominciare. Quale profonda gioia prova l’anima quando scopre nella pratica il significato di queste parole! Non stancarsi di ricominciare: ecco il segreto per l’efficacia e la pace. Infatti, colui che ha questo atteggiamento lascia lavorare lo Spirito Santo nella propria anima, collabora con Lui senza pretendere di sostituirlo, lotta con tutta l’energia e con piena fiducia in Dio.

<a href="http://Senza Gesù non facciamo nulla di buono. È questo l’insegnamento dato dal Maestro ai suoi discepoli nel racconto evangelico della pesca miracolosa e che si ripete nella nostra vita. San Luca racconta che un giorno il Signore predicava nei pressi del mare di Galilea ed erano così tanti quelli che lo ascoltavano che egli dovette chiedere aiuto. Alcuni pescatori stavano lavando le reti sulla riva. Avevano terminato la parte più impegnativa del lavoro e stavano sistemando le ultime cose, sicuramente con l’idea di andarsene al più presto a casa per riposarsi. Ma Gesù salì su una barca, quella di Simone, e da lì continuò a parlare alla folla. L’evangelista non si sofferma a raccontarci il contenuto dell’insegnamento del Signore. Questa volta vuole farci prestare attenzione ad altri fatti, perché contengono una lezione di grande importanza per la vita cristiana. Lotta e fiducia Forse Pietro e i suoi compagni pensavano che, al termine del suo discorso, Gesù sarebbe ritornato a riva e avrebbe ripreso il suo cammino. Ma non fu così: si rivolse a loro e li invitò a riprendere il lavoro, proprio quello che stavano per concludere. Ne furono sorpresi; ma Simone ebbe la grandezza d’animo di non badare alla stanchezza e rispose: Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti. Avevano lavorato tutta la notte, invano. Sapevano pescare, era la loro professione, avevano esperienza; eppure niente: erano ritornati stanchi e senza un pesce. Probabilmente, erano anche demoralizzati. Magari qualcuno avrà anche pensato che con quel mestiere non si poteva tirare avanti e avrà avuto il desiderio – più o meno represso – e frutto di una sensazione di impotenza, di piantare tutto. Sappiamo che il racconto si conclude con una pesca straordinariamente abbondante. Se ci domandassimo che cosa fece la differenza tra questa abbondanza e l’insuccesso notturno, la risposta sarebbe immediata: la presenza di Cristo. Tutte le altre circostanze di questo secondo tentativo sembrano meno favorevoli di quelle del primo: le reti non completamente lavate, l’ora poco adatta, la depressa condizione fisica e mentale dei pescatori… Il Signore si serve di tutto questo per dare, a loro e a noi, un insegnamento spirituale molto importante: senza Gesù non combiniamo nulla. Senza Cristo, il frutto della lotta sarà la stanchezza, la tensione, lo scoraggiamento, il desiderio di piantare tutto; senza Cristo, cercheremmo di ingannarci gettando sulle circostanze la colpa della nostra inefficacia; senza Cristo, saremmo invasi dalla sensazione di inutilità. Con Lui, invece, la pesca è abbondante. La santità non consiste nel compiere una serie di norme. È, invece, la vita di Cristo in noi. Più che nel fare, essa consiste nel lasciar fare, nel lasciarsi portare; però mettendo da parte nostra tutto il possibile. Tu, cristiano e, in quanto cristiano, figlio di Dio, devi sentire la grave responsabilità di corrispondere alle misericordie ricevute dal Signore, mediante un atteggiamento di vigilante e amorosa fermezza, perché niente e nessuno possa deformare i lineamenti peculiari dell’Amore, che Egli ha impresso nella tua anima. Quando lottiamo per essere santi, il filo della nostra volontà si unisce al filo della Volontà di Dio e s’intreccia con quest’ultima per formare un unico tessuto, un’unica tela, che è la nostra vita. Questa trama deve diventare sempre più fitta, finché arriverà un momento in cui la nostra volontà si identificherà con quella di Dio in modo tale che non saremo capaci di distinguere l’una dall’altra, perché entrambe desiderano le stesse cose. Quasi alla fine della sua vita terrena Gesù confida a san Pietro: In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi. Prima ti appoggiavi a te stesso, alla tua volontà, alla tua fortezza; prima pensavi che la tua parola fosse più sicura della mia…, e vedi con quali risultati. Da ora in poi ti appoggerai a Me e vorrai ciò che Io vorrò… e le cose andranno molto meglio. La vita interiore sgorga dalla grazia e richiede la nostra cooperazione. Lo Spirito Santo soffia e dà impeto alla nostra barca. Per fare la nostra parte, noi disponiamo, per così dire, di due remi: da un lato, il nostro impegno personale; dall’altra, la fiducia in Dio, la certezza che non ci abbandonerà. I due remi sono indispensabili e dobbiamo rafforzare i nostri muscoli se vogliamo che la vita interiore proceda in avanti. Se uno dei due remi viene a mancare, la barca girerà su se stessa, sarà molto difficile governarla; allora l’anima comincerà a zoppicare: non progredirà, perderà la spinta, finirà per venir meno e affonderà facilmente. Se non c’è la decisione efficace di lottare, la pietà diventa sentimento, le virtù si indeboliscono: l’anima sembra riempirsi di buoni desideri, che tuttavia si mostrano inefficaci al momento di impegnarsi. Se poi ci si affida a una volontà forte, alla decisione di lottare senza confidare nel Signore, il frutto sarà l’aridità, la tensione, la stanchezza, il disgusto per una lotta che non porta pesci nella rete della vita interiore e dell’apostolato: l’anima si ritrova, come Pietro e compagni, nella notte infruttuosa. Se ci accorgiamo di un simile pericolo, se cadiamo nello scoraggiamento per esserci troppo fidati della nostra competenza o della nostra esperienza, della nostra volontà decisa e forte… e poco di Cristo, chiediamo al Signore di salire sulla nostra barca. La sua presenza è molto importante per noi; molto più dei risultati del nostro impegno. È da notare che il Signore non promette una grande pesca, né Simone se l’aspetta; però si rende conto che in ogni caso vale la pena lavorare per il Signore: In verbo autem tuo laxabo retia. Abbandono Torniamo indietro e rivolgiamo la nostra attenzione alla richiesta di Gesù:Prendi il largo e calate le reti per la pesca. Duc in altum. Porta la barca al largo. Per addentrarsi nella vita interiore bisogna rinunciare a tenere i piedi sul terreno solido, in cui ci sentiamo completamente a nostro agio; è necessario avanzare fino a luoghi agitati dalle onde, dove la barca ondeggia e l’anima si accorge di non averne del tutto il controllo, di rischiare di affogare in caso di caduta. Non saremmo più al sicuro sulla riva, o perlomeno dove l’acqua arriva al ginocchio, alla cintura, o al massimo alle spalle? Forse sì, là ci sentiremmo più sicuri. Però sulla riva non si pesca niente che valga la pena. Se vogliamo gettare le reti per pescare dobbiamo portare la barca al largo, dobbiamo scacciare la paura di non vedere più la costa. Quante volte Gesù rinfaccia ai discepoli la loro paura: Perché avete paura, uomini di poca fede?. Forse meritiamo anche noi lo stesso rimprovero: perché non ti fidi? Perché vuoi padroneggiare e controllare tutto? Perché ti costa tanto camminare quando il sole non risplende al massimo del suo fulgore? L’anima tende istintivamente a cercare riferimenti, qualche segno evidente che procede bene. Il Signore ce li concede spesso, ma non cresceremo nella vita interiore se permettiamo che ci ossessioni la necessità di verificare i nostri progressi. Forse abbiamo l’esperienza che nei momenti difficili, quando non siamo in grado di formulare un giudizio netto sulla nostra rettitudine, e ci consumiamo nel desiderio di cercare a ogni costo una risposta, finiamo con l’attribuire a una circostanza insignificante un valore sproporzionato: uno sguardo sorridente o serio, un elogio o una correzione, una circostanza favorevole o una contraria, ci bastano a volte per far diventare brillanti o cupi eventi del tutto indifferenti. La crescita nella vita interiore non dipende dall’essere sicuri della Volontà di Dio. L’ansia smisurata di sicurezza è il punto d’incontro del volontarismo con il sentimentalismo. Certe volte il Signore permette una insicurezza che, se compresa, ci aiuta a crescere nella rettitudine d’intenzione. L’importante è abbandonarsi nelle sue mani, e trovare in Lui la pace. La nostra lotta non ha l’obiettivo di procurarci sentimenti gradevoli. Spesso li avremo; altre volte, no. Un po’ di esame probabilmente ci farà scoprire che li cerchiamo con una frequenza maggiore di quel che immaginiamo, se non per se stessi, sicuramente come garanzia dell’efficacia della lotta. Lo avvertiremo, per esempio, quando proviamo scoraggiamento nel caso di una tentazione alla quale non cediamo, ma che persiste; quando sentiamo fastidio perché qualcosa ci costa e – così ci pare – non dovrebbe costarci; quando sentiamo disagio perché la donazione non ci attrae nel modo travolgente che ci piacerebbe… Dobbiamo lottare nelle cose su cui possiamo lottare, senza puntare a testa bassa contro ciò che non è in nostro potere dominare: i sentimenti non sono completamente sottomessi alla volontà e non possiamo pretendere che lo siano. Dobbiamo imparare ad abbandonarci, mettendo nelle mani di Dio il risultato della nostra lotta, perché soltanto la fiducia in Lui può avere ragione delle nostre inquietudini. Se vogliamo essere pescatori d’alto mare, dobbiamo portare la barca al largo, dove non si tocca; dobbiamo superare il desiderio di cercare punti di riferimento, di avere la prova che facciamo progressi. Ma per riuscire a tanto è decisivo appoggiarsi sulla contrizione. Ricominciare Simone e i suoi compagni seguirono il consiglio del Signore e presero una quantità enorme di pesci e le reti si rompevano. Del frutto di quella audacia trassero beneficio altri che vennero ad aiutarli, e le due barche si riempirono al punto che quasi affondavano. L’abbondanza tanto straordinaria indusse Pietro ad avvertire la vicinanza di Dio e a sentirsi indegno di tale familiarità:Signore, allontanati da me che sono un peccatore. Tuttavia, pochi minuti dopo,lasciarono tutto e lo seguirono. E furono fedeli sino alla morte. Pietro scoprì il Signore durante quella pesca straordinaria. Avrebbe reagito nello stesso modo se la notte precedente il suo lavoro fosse andato bene? Forse no. Forse in una pesca particolarmente generosa avrebbe riconosciuto un aiuto di Gesù, ma non avrebbe capito fino a che punto Dio era vicino e che tutto veniva da Lui. Affinché il miracolo smuovesse l’anima di Simone, conveniva che la notte precedente fosse andata a vuoto, malgrado il suo impegno sincero. Il Signore si serve dei nostri difetti per attirarci a Lui, purché noi ci sforziamo sinceramente per vincerli. Se lottiamo, dobbiamo volerci bene così come siamo, con i nostri difetti. Nel farsi uomo, il Verbo assunse alcune limitazioni: quelle che caratterizzano la condizione umana, proprio quelle contro le quali noi a volte ci ribelliamo. Nel cammino di identificazione con Cristo è importante accettare i propri limiti. Tante volte è proprio la coscienza serena della nostra indegnità a farci scoprire Cristo accanto a noi, perché vediamo chiaramente che i pesci nelle nostre reti non sono frutto della nostra bravura, ma della volontà di Dio. E questa esperienza ci riempie di gaudio e ci convince ancora una volta che è la contrizione a farci progredire nella vita interiore. Allora, come Pietro, ci gettiamo ai piedi di Gesù; e anche noi, come lui, finiamo per lasciare tutto – anche quella pesca straordinaria! – per seguirlo, perché soltanto di Lui ci importa. La prontezza della contrizione segna la via per la gioia. La tua vita interiore dev’essere proprio questo: cominciare… e ricominciare. Quale profonda gioia prova l’anima quando scopre nella pratica il significato di queste parole! Non stancarsi di ricominciare: ecco il segreto per l’efficacia e la pace. Infatti, colui che ha questo atteggiamento lascia lavorare lo Spirito Santo nella propria anima, collabora con Lui senza pretendere di sostituirlo, lotta con tutta l’energia e con piena fiducia in Dio.

Fonte

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Il poeta e l’arca della speranza

Immagino quel giorno

se Dio non avesse aperto il cuore …

non sarei certo qui a tediarvi, adesso,

a scrivere versi,

e a discutere, con voi, della polvere …

 

tutti bravi giudici,

a condannare e ad assolvere,

legislatori del nulla,

a costruirci una nostra morale,

e a cibarci dell’albero dell’orgoglio …

quella radice secca,

senza turgore,

menzognera e cattiva,

che ci fa conoscere il bene,

il nostro bene,

ma non il male che ne deriva …

 

tutti dio in terra,

illusi e vuoti,

nonostante i boati di guerra,

lo sconcerto dei terremoti,

la caducità del mondo …

 

fagocitati dal niente,

dall’eutanasia della ragione,

della mente,

quella zizzania che ci cresce intorno,

e sempre si avvicina …

 

come profeti in patria,

oracoli senza voce,

a disperdere il nostro disappunto,

ancora una volta,

per le gonfie cateratte del cielo,

le bombe d’acqua,

l’ impeto del diluvio …

 

incuranti delle parole,

a turarsi gli orecchi con le dita …

inascoltati vaticini,

di un Vangelo di passione

e di Resurrezione …

 

pronti a chiedere conto a Dio

ma non alla follia dell’uomo,

per la povertà degli ultimi,

il mercato dei bambini,

il sesso surrogato,

abusato,

e senza amore …

 

pronti anche a gettare fango sui poeti

su chi crede ancora nel creato,

che ci sia un Dio da lodare,

un Cielo da scalare

e un’arca di speranza …

 

Immagino quel giorno

se Dio non avesse aperto il cuore

e non ci avesse preservato,

maschio e femmina,

per farci salire su quell’arca …

non sarei certo qui, adesso, in questa stanza,

a tediarvi,

a scrivere versi,

e a discutere, con voi, della polvere …

 

(Crescenzo)

magia delle mani

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Diranno che…

Vorranno negare l’evidenza!

Giuliano Guzzo

Diranno

Diranno che un milione di persone in piazza è una stima cattolica, come se quella delle presenze al gay pride la fornisse la Nasa. Diranno, con indignazione, che è stata una cosa organizzata dalla Cei coi soldini dell’8×1000, senza sapere che

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Ciao Babbo!

Non so voi, ma io mi spavento davanti a Novene e preghiere lunghissime, ma lunghe per davvero, che ti prendono mezza giornata per raccontare a Dio ciò che Lui già conosce di me. Ancor prima che io possa aprir bocca, Lui sa. Insomma, non fanno per me e mi capitava in passato di sentirmi in colpa per questo finché un giorno mi sono accorta che tutta la mia giornata -e probabilmente anche la vostra-, è un trascorrere insieme a Dio se alla mattina offro la giornata, me stessa, le mie azioni, i miei pensieri, i miei cari, etc. a Lui. Ammiro chi ne è capace, ma non mi sento più in colpa se non riesco a farlo.

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« Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate. Voi dunque pregate così: Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, e rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori, e non abbandonarci alla tentazione, ma liberaci dal male. Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe » (Mt 6,7-15)
Gesù insegna ai discepoli a pregare. È la famosa “preghiera del Signore”, detta comunemente “Padre nostro” dalle parole con cui incomincia. Non è “una” preghiera, ma “la” preghiera. I Padri della Chiesa l’hanno spesso commentata mossi dalla convinzione che in questa preghiera c’è tutta l’essenza della preghiera cristiana. Sant’Ignazio di Loyola, per esempio, nei suoi Esercizi, ci insegna a concludere qualunque preghiera con il Padre nostro, per aver ben chiaro che qualunque preghiera noi facciamo è sempre e solo la sottolineatura di qualcosa che è già contenuto nella Preghiera del Signore. Essa è strutturata in sette domande. Sette è il numero della perfezione, di un ciclo concluso. Come dire: tutto quello che possiamo desiderare, cercare, sperare è contenuto qui. Lo stesso ordine delle domande ci aiuta a disporci nell’atteggiamento giusto della preghiera: « Il primo gruppo di domande ci porta verso di lui, a lui: il tuo Nome, il tuo Regno, la tua volontà. È proprio dell’amore pensare innanzi tutto a colui che si ama. In ognuna di queste tre petizioni noi non “ci” nominiamo, ma siamo presi dal “desiderio ardente”, dall’ “angoscia” stessa del Figlio diletto per la gloria del Padre suo: [cfr. Lc 22,14; Lc 12,50] “Sia santificato. . . Venga. . . Sia fatta. . . “: queste tre suppliche sono già esaudite nel Sacrificio di Cristo Salvatore, ma sono ora rivolte, nella speranza, verso il compimento finale, in quanto Dio non è ancora tutto in tutti [cfr. 1Cor 15,28] » (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2804). Anche l’inizio, la prima parola è molto significativa, perché se è vero che il Dio di Israele è concepito come il Padre del suo popolo (Es 4,22) era molto raro che ci si indirizzasse a lui come al Padre di un singolo ebreo. Invitando i suoi discepoli a chiamare Dio “Padre”, li introduce ad una intimità insolita con Dio. In aramaico Gesù si rivolge a Dio con la parola, “Abbà”, usata abitualmente dai bambini nei confronti del loro genitore (Mc 14,36; Rm 8,15; Gal 4,6). Oggi diremmo “papà”. Questo termine estremamente confidenziale è unito – paradossalmente – con l’espressione « che sei nei cieli ». Lo stesso Dio che si fa intimo a noi, che si fa vicino e “tenero”, tanto da permetterci di chiamarlo “papà”, è il Dio tre volte santo, che abita nei cieli, cioè in quel luogo, che è un non-luogo, che trascende ogni luogo. Nella misura in cui Dio è accolto nel nostro intimo, esso si fa “cielo”, cioè paradiso. L’intimità con Dio ci fa già essere in paradiso. Ma io magari sto ancora male, soffro, come posso dire di essere già in paradiso? È perché ancora non me ne accorgo pienamente. Chi è colpevolmente lontano da Dio è già nell’inferno, l’inferno è in lui: magari però sta (relativamente…) bene, perché ancora non se ne accorge. Accorgersi di quello che siamo, di dove stiamo andando, di qual’è la nostra vera situazione, questo è pregare con il cuore.

Don Pietro Cantoni

Padre nostro

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Non lasciarmi a metà strada

Signore,
donami anche oggi la forza
per credere, per sperare, per amare.
Non lasciarmi a metà strada invischiato
nelle mille cose che non mi bastano più.
Lascia che mi fermi anch’io ogni giorno
ad ascoltarti per riprendere poi il cammino
lungo le strade che mi dai da percorrere.
Liberami perciò da tutto ciò che mi
appare indispensabile e non lo è,
da ciò che credo necessario e invece è solo il superfluo,
da ciò che mi riempie e mi gonfia ma non mi sazia,
mi bagna le labbra ma non mi disseta il cuore.
Si, lo so che tu vuoi farlo,
ma aiutami a lasciartelo fare.
Sempre, subito!

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L’ora della fedeltà ultima

La verità è al termine, non al principio della vocazione…

Gustave Thibon

statue de jeanne d'arcGiovanna d’Arco, dopo il suo rinnegamento, gridando un’ultima volta dinanzi al rogo: «Le mie voci venivano da Dio, le mie voci non mi hanno ingannata.» – Povera ragazza, ebbra del suo Dio, della sua missione e della sua gloria, poi straziata, abbandonata come Gesù nel Getsemani in un deserto senza miraggi, a gridare ancora la sua fede disperata in un cielo senza promesse. È nell’ora della fedeltà ultima, nell’ora in cui i battiti del nostro cuore e i fumi della nostra immaginazione non si confondono più con l’appello divino che le nostre voci non ci ingannano più. La verità è al termine, non al principio della vocazione…

(Gustave Thibon, Le voile et le masque,  Fayard, Paris 1985, pp. 21-22)

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Magnificat anima mea Dominum

Vergine Immacolata, prendi il sì della mia risposta alla chiamata del Signore

e custodiscilo dentro il tuo si, meravigliosamente fedele.

Donami la gioia e la speranza che trasmettesti ad Elisabetta entrando nella sua povera casa.

Fa’ che la passione di salvare, mi renda missionario infaticabile,

povero di mezzi e di cose, puro e trasparente nei sentimenti,

totalmente libero per donarmi veramente agli altri.

Rendimi umile e obbediente fino alla Croce per essere una cosa sola con Gesù,

Dio disceso dal cielo per salvarmi.

O Maria, affido a te tutte le persone che ho incontrato e che incontrerò nel viaggio della fede:

illuminaci il cammino, riscaldaci il cuore,

portaci alla casa e alla festa dell’Amore che non avrà mai fine.

Amen.

Card. Angelo Comastri

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In crescendo

Ti accolsi,

prendendo sul serio quelle parole,

pieno di attesa,

e di crescente emozione …

 

mai deluso …

 

sgranai un sogno,

la brama di un agognato ritorno,

e lo vissi,

così, come lo avevo immaginato …

 

vinsi un pezzo di storia,

che fu solo mia,

in questo tempo astruso,

incomprensibile,

complicato …

 

guardai la luna e le maree,

ed ebbi sempre pronto un bagaglio

per una nuova partenza …

 

imparai a crescere

a vivere,

sapendo che tutto è un dettaglio,

che è solo in attesa del meglio …

 

afferrai una bussola,

per orientarmi in questo tempo di guerra

e di misericordia,

sul purgatorio di un atollo,

tra il paradiso e l’inferno …

 

lessi di Te

e bevvi di quest’amore …

 

cercai la fonte del dolore,

e scopersi le lacrime,

sotto la Tua protezione,

in quell’ abbraccio materno

che non si chiuse alla supplica,

né al mio peccato …

 

vidi i tuoi occhi,

ed imparai ad amare …

 

e sono solo all’inizio del tempo …

 

(Crescenzo)247004Preghiera_MonteSagro

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Eccomi

Ho ricevuto tante mail con la domanda “dove sei?”… posso riassumere soltanto in poche parole la causa della mia assenza.

Ormai è passato più di un’anno dalla caduta di mio marito, il successivo intervento e la permanenza prolungata in una clinica di riabilitazione. Varie, e gravi, sono state le complicazioni con frequenti ricoveri in ospedale.

Quando ho saputo che mio marito non sarebbe più stato in grado di camminare, ho cercato -e trovato- una casa adeguata alle sue condizioni, in un’altra città.

Verso la fine di novembre sono stata operata d’urgenza anch’io e la vita si è ulteriormente resa difficile.

In una mail mi si chiedeva perché non mi facevo sentire qui mentre ero presente su Fb…

C’è da dire che per mesi non sono stata presente su Fb, non ne avevo il tempo. Inoltre, traslocando, abbiamo cambiato anche gestore di internet e solo tre giorni fa, ci hanno completata la connessione, quel che poteva andar male in tal senso, a noi è capitato tutto.

Allora, su Fb sono riuscita ad andare con il cellulare, sul mio blog invece no, non mi era possibile, neanche di rispondere alle mail. Avrei potuto chiedere a Crescenzo di farvi avere le mie notizie ma, sinceramente, non ci ho pensato, la fatica mentale supera di gran lunga la fatica fisica. Vi chiedo scusa, mi dispiace davvero.

Riprenderò, non con la frequenza di prima, ma con lo stesso entusiasmo e, ancora di più, con l’affetto verso questo blog.

Ringrazio Crescenzo che ha tenuto in vita questo spazio e tutti gli amici, tantissimi, che hanno pregato per noi.

A presto!

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La scelta

Mi pentii quasi subito,

prima che la superbia mi occludesse la sete

invece di aprirmi all’arsura …

ma fui anche disperato

e gettai via le monete,

ed impastai il coraggio e la paura

con la malta dell’orgoglio,

del mio peccato,

a sovrapporre mattone su mattone …

 

un susseguirsi di errori,

come il battistrada di una ruota,

ininterrotto …

prigioniero com’ero di quell’arcano disegno,

di quell’amaro boccone …

 

io, moderno iscariota,

a costruire un muro divisorio,

per chiudere col passato

o per proteggermi dalla speranza …

 

come se non fossi stato perdonato, per davvero,

e la misericordia fosse ancora legata a un sacrificio,

a una mera conquista,

e non piuttosto un dono …

 

che a stento riconoscevo il mio prossimo

e non capivo l’amore vicendevole,

quel “rimettere i debiti”,

quella trave che mi offuscava la vista,

richiedere e concedere il perdono …

 

solo, davanti al muro,

perdendo di vista l’essenziale …

alla fine fu solo per salirci

con un nodo scorsoio …

 

fino a quando mi invitasti a scendere,

paziente come sempre,

e mi aspettasti cinto da un asciugatoio

per lavarmi i piedi,

di nuovo,

dietro la grata di un confessionale …

 

il volto della Tua misericordia …

 

senza forzare,

lasciando a me la scelta

se baciarti ancora

o seguirti sul cammino della croce …

(Crescenzo)judasconfessione2%5B1%5D[1]

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Lo schiudersi del tempo …

Come un albero padre,
vecchio nel tronco e giovane nei rami,
un ossimoro di rughe e di boccioli
finché c’è ancora linfa e nutrimento
di quell’eterno mettere radici …

su questo annoso portamento
con l’energia sbollente del bromuro
e gli anni arrampicanti e stanchi,
neve nascosta tra i capelli,
edera abbarbicata sul futuro …

musico errante,
pellegrino con il capo scoperto
che forse un giorno avrò fatto il cammino,
ancora poco viandante
vacillante e malcerto
tra il levare e il battere del tempo …

oscuro o brillante adamantino
ad imparare a vivere il momento
a tempo con il ritmo del tamburo,
sull’asfalto, a correre a grancassa,
spingendo bene sul cuore,
o a passo incerto, da goffo ballerino …

corsaro e avventuriero,
prudente e saggio, quanto basta,
a tracciare, e a circoscrivere, a man bassa,
la mappa affascinante della vita
e a tentare di spiegarla bene ai figli …

tra la viltà e quel poco di coraggio,
lasciando la sorpresa di scoprirla
e insieme a viverla …

poeta un po’ reietto,
ambiguo e troppo spesso sognatore,
con in mano una semente di speranza
ma anche una semina infinita,
a confonderne metrica e parole …

in difensiva dalle false attese,
della famiglia minacciata dal Nemico,
dei molti libri, ancora troppo pochi,
e privi di difese,
per usarli come scala verso il cielo
e per capirci qualche cosa …

un padre bislacco,
distratto, con la mia dimenticanza,
sulla panchina di questa stazione,
e l’ansia guerrigliera del bivacco …
con in tasca un biglietto in promozione,
a chiedermi quale sarà il binario,
il giorno esatto,
l’orario di partenza,
la mia destinazione …

Tanto lo so,
sarà come rinascere ogni giorno,
sarà come la gioia di un ritorno,
una Pasqua da godere,
lo spartiacque ondoso del mar Rosso,
lo sguardo umido di un vecchio
che si specchia, commosso, in un bicchiere …

dentro i ricordi
e dentro gli occhi di un bambino,
come carte assorbenti sul mondo,
che prima o poi gli chiederanno conto
di olocausti e sacrifici,
e di quell’acqua da bere …

di quella pietra rotolata sulla storia,
di quella gioia che libera e riscalda,
di quel filtrare del sole, al mattino,
e del perché quando inonda la stanza
ci si sveglia felici …

Sarà proprio così,
ne sono certo,
come quell’alba esmeralda,
di cui facciamo memoria,
che ci redense per sempre …

lo schiudersi del tempo dell’assenza,
lo sbarco,
il distacco,
l’ apparenza …

e per chi resta solo il tempo dell’attesa …

(Crescenzo)

bimbo libri mondo vita elabr

sole bambino vladimir-kush

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Bartimeo

 

Ci furono notti malsane,

notti in cui ti sentii piangere,

senza poterti aiutare …

indigente d’amore,

in quell’universo bisogno di senso,

fermo, a consumare il tempo,

e ad esplicare domande …

 

mille barche alla deriva,

da ormeggiare,

da attraccare a risposte certe,

banchine sempre più lontane …

 

a guardia di un faro gigante,

ma spento,

a tenebrare una coperta di pece,

un mare grande,

immenso,

troppo buio per la tua povera vista …

 

perso, in quello sguardo cieco,

a trovarci solo le luci del mondo,

quei sogni di sbieco,

quel rumore sordo della vita

e poche stelle da contare,

a confondere un sonno sgomento,

che non riuscivi più a vederne il fondo …

 

come i ricordi magri

di un passato astruso

ma grassi di malia,

che non vollero saperne di farsi da parte

e non lasciarono mai del tutto la tua vita …

 

a rovesciare rami secchi,

induriti,

in un cuore, per natura, già confuso

in disparte

e colmo di malinconia …

 

fino al giorno in cui ti sentii gridare

tra quella moltitudine di gente,

sul margine della strada per Gerico,

un grido gravido di perché,

da paziente a Medico,

sempre più insistente,

come un bambino a un gigante …

 

“Rabbunì, Figlio di Davide,

ascoltami, ti prego,

abbi pietà di me “…

 

non ci volle poi molto,

si commosse all’istante

e ti mandò a chiamare …

 

il tempo di gettare via il fardello

e ti inginocchiasti,

e quando gli implorasti la luce

fece entrare le stelle nei tuoi occhi

perché tu potessi finalmente guardarlo,

guardare in faccia la Salvezza …

 

ti rimandò da me, salvato,

e quella sera ti addormentasti felice,

non succedeva da tempo …

come quando da bambino, esausto,

riuscivi a vincere finalmente la stanchezza,

la noia,

per ritrovare quel sogno che avevi lasciato da parte

e riassaporarne la bellezza  …

 

quella volta toccò a me di non potere dormire,

ti guardai, e rimasi sveglio, tutta la notte,

e piansi di gioia …

 

(Crescenzo)

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Si fa presto a dire “l’amore” …

Si fa presto a dire “l’amore”,

se tra il dire e il fare non c’è di mezzo la vita,

hai voglia di parlarne,

di trovare delle perifrasi,

girotondi di belle parole,

un concetto splendidamente espresso,

una frase ad effetto,

insomma un misto d’aria fritta,

come a dire “ti voglio bene”, ma senza volerlo   …

 

Si fa presto a dire “l’amore”,

se non diventa sangue e passione,

gioia e dolore,

se non lo incontri, per averne un ‘idea,

e non lo vedi incarnato in un corpo,

un volto, un nome,

nei segni delle cicatrici,

in un soggetto preciso, definito,

affinché tu possa guardarlo negli occhi

e trovarci veramente il senso di quello che dici …

 

Si fa presto a dire “l’amore”,

se non ci sono più lacrime tra le ciglia,

e non si sa più piangere sui mali del mondo …

se manca un’opera da contemplare,

un artificio,

una mamma non più “sottomessa”,

che non sostiene più la famiglia, il suo edificio,

e non sa più vivere per gli altri, fino in fondo …

 

Si fa presto a dire “l’amore”,

se non si è più in grado di farlo,

se non è combinato con il sesso

e non si conosce cosa vuol dire un abbraccio,

e quanto vale …

se la vita resta fuori dal grembo materno,

congelata in sterili laboratori,

nei rapporti ambigui e confusi,

o a pezzi, nei rifiuti di un ospedale …

 

Si fa presto a dire “l’amore”,

come quei padri assenti,

egoisti e tiranni,

che mostrano una morale solo davanti al mondo,

alle telecamere della vanità,

ma sono vuoti di quei valori fondamentali,

di quella verità che li fa uomini,

senza più figli da crescere,

né mogli da rispettare e proteggere,

anche a costo della loro vita …

 

perché l’amore non puoi rinchiuderlo in gabbia,

né fuori da un cancello,

non si ferma davanti a niente,

e non lascia tracce sulla sabbia

così che venga il mare a cancellarlo …

e non è neanche una pagina di un libro bello,

fosse anche il Vangelo,

ma è chi ci vive dentro  che rende vita a quelle parole,

che sa portare negli occhi la bellezza del creato,

i colori del cielo,

il desiderio di eterno …

 

si fa presto a dire “l’amore”

se non lo si vive

e lo si desidera per sempre …

 

alciati_352-288(Crescenzo)

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Un mondo a torso nudo

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Immagino un mondo a torso nudo,
da addome disarmato,
senza più videocontrollo
né bestemmie di martiri,
né santi eserciti che offendono la fede,
con violenza,
da sindrome compulsiva …
solo i nostri muscoli flaccidi,
da mostrare come una buffa corazza,
e smettere di fare la faccia cattiva,
tanto nessuno più ci crede …

un mondo privo di bambini soldato
da violarne l’innocenza …
senza più accattonaggio,
a misurarci il peso, sullo stesso baricentro …
né più condannati di spalle,
per guardarci finalmente negli occhi,
che forse ancora un poco ci imbarazza,
e poi ci manca il coraggio …
a riflettere insieme la nudità dell’anima
il nostro germe di figliolanza,
e ciò che abbiamo dentro…

un mondo nuovo per guardarci negli occhi,
perché l’anima non sa mentire,
e si vedrebbe costretta a capitolare,
prima o poi,
a immagine e somiglianza,
e a farci piegare i ginocchi …

Un mondo a torso nudo
fatto di potenziali angeli,
con lo sguardo sempre più in alto,
a cercare di prenderne il gancio,
e provvisti di ali per provarci,
ma bisognosi della spinta del fratello
per prendere bene lo slancio …

più colombe che serpenti,
senza più niente su cui arrotolarci
tranne i nostri peccati da assolvere
che sono già stati perdonati …

un mondo pieno di figli da allattare,
della riscoperta di padri e madri,
e del salvifico perdono,
dove si è finalmente capaci di amare
e di comprendere la sacralità della vita,
il suo dono,
qualcosa che si cura e si custodisce,
senza aspettare che passi …

un mondo nuovo, non rifatto,
senza più cure leggendarie,
tanto la pelle prima o poi invecchia,
raggrinzisce,
e saremo solo cellule da dissolvere,
arterie precarie,
carne per vermi,
mucchio di fosfati in polvere …

Un mondo a torso nudo,
per sentirci finalmente servi inutili,
ma necessari all’opera di Dio,
molto meno corrotti,
e bisognosi di senso, più che del tempo,
di quell’amore che scalda,
senza più l’esigenza di difendersi
e di coprirsi … …

un mondo per ricominciare a sperare,
per non lasciare niente al caso,
perché il caso è l’anagramma del caos
e il nulla è l’inferno che ci aspetta,
pronto a raccogliere solo chi non ha l’amore
e a chi ci vuole andare …

un mondo gravido di belle notizie,
come una pagina di Vangelo,
e noi sempre a tornare daccapo,
uditori dello stesso cielo,
umili come quei pescatori
creature di pace
angeli di vetro …

quando ascoltarono la Parola, che li raggiunse in riva al mare,
quasi sottovoce,
capirono, e lasciarono subito le reti per seguirlo,
per vedere dove avrebbe posato il capo,
fosse stato anche sulla croce …

sbandarono, ma solo per un poco,
poi decisero di andare
e non si voltarono più indietro …

(Crescenzo)

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