Lo schiudersi del tempo …

Come un albero padre,
vecchio nel tronco e giovane nei rami,
un ossimoro di rughe e di boccioli
finché c’è ancora linfa e nutrimento
di quell’eterno mettere radici …

su questo annoso portamento
con l’energia sbollente del bromuro
e gli anni arrampicanti e stanchi,
neve nascosta tra i capelli,
edera abbarbicata sul futuro …

musico errante,
pellegrino con il capo scoperto
che forse un giorno avrò fatto il cammino,
ancora poco viandante
vacillante e malcerto
tra il levare e il battere del tempo …

oscuro o brillante adamantino
ad imparare a vivere il momento
a tempo con il ritmo del tamburo,
sull’asfalto, a correre a grancassa,
spingendo bene sul cuore,
o a passo incerto, da goffo ballerino …

corsaro e avventuriero,
prudente e saggio, quanto basta,
a tracciare, e a circoscrivere, a man bassa,
la mappa affascinante della vita
e a tentare di spiegarla bene ai figli …

tra la viltà e quel poco di coraggio,
lasciando la sorpresa di scoprirla
e insieme a viverla …

poeta un po’ reietto,
ambiguo e troppo spesso sognatore,
con in mano una semente di speranza
ma anche una semina infinita,
a confonderne metrica e parole …

in difensiva dalle false attese,
della famiglia minacciata dal Nemico,
dei molti libri, ancora troppo pochi,
e privi di difese,
per usarli come scala verso il cielo
e per capirci qualche cosa …

un padre bislacco,
distratto, con la mia dimenticanza,
sulla panchina di questa stazione,
e l’ansia guerrigliera del bivacco …
con in tasca un biglietto in promozione,
a chiedermi quale sarà il binario,
il giorno esatto,
l’orario di partenza,
la mia destinazione …

Tanto lo so,
sarà come rinascere ogni giorno,
sarà come la gioia di un ritorno,
una Pasqua da godere,
lo spartiacque ondoso del mar Rosso,
lo sguardo umido di un vecchio
che si specchia, commosso, in un bicchiere …

dentro i ricordi
e dentro gli occhi di un bambino,
come carte assorbenti sul mondo,
che prima o poi gli chiederanno conto
di olocausti e sacrifici,
e di quell’acqua da bere …

di quella pietra rotolata sulla storia,
di quella gioia che libera e riscalda,
di quel filtrare del sole, al mattino,
e del perché quando inonda la stanza
ci si sveglia felici …

Sarà proprio così,
ne sono certo,
come quell’alba esmeralda,
di cui facciamo memoria,
che ci redense per sempre …

lo schiudersi del tempo dell’assenza,
lo sbarco,
il distacco,
l’ apparenza …

e per chi resta solo il tempo dell’attesa …

(Crescenzo)

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Bartimeo

 

Ci furono notti malsane,

notti in cui ti sentii piangere,

senza poterti aiutare …

indigente d’amore,

in quell’universo bisogno di senso,

fermo, a consumare il tempo,

e ad esplicare domande …

 

mille barche alla deriva,

da ormeggiare,

da attraccare a risposte certe,

banchine sempre più lontane …

 

a guardia di un faro gigante,

ma spento,

a tenebrare una coperta di pece,

un mare grande,

immenso,

troppo buio per la tua povera vista …

 

perso, in quello sguardo cieco,

a trovarci solo le luci del mondo,

quei sogni di sbieco,

quel rumore sordo della vita

e poche stelle da contare,

a confondere un sonno sgomento,

che non riuscivi più a vederne il fondo …

 

come i ricordi magri

di un passato astruso

ma grassi di malia,

che non vollero saperne di farsi da parte

e non lasciarono mai del tutto la tua vita …

 

a rovesciare rami secchi,

induriti,

in un cuore, per natura, già confuso

in disparte

e colmo di malinconia …

 

fino al giorno in cui ti sentii gridare

tra quella moltitudine di gente,

sul margine della strada per Gerico,

un grido gravido di perché,

da paziente a Medico,

sempre più insistente,

come un bambino a un gigante …

 

“Rabbunì, Figlio di Davide,

ascoltami, ti prego,

abbi pietà di me “…

 

non ci volle poi molto,

si commosse all’istante

e ti mandò a chiamare …

 

il tempo di gettare via il fardello

e ti inginocchiasti,

e quando gli implorasti la luce

fece entrare le stelle nei tuoi occhi

perché tu potessi finalmente guardarlo,

guardare in faccia la Salvezza …

 

ti rimandò da me, salvato,

e quella sera ti addormentasti felice,

non succedeva da tempo …

come quando da bambino, esausto,

riuscivi a vincere finalmente la stanchezza,

la noia,

per ritrovare quel sogno che avevi lasciato da parte

e riassaporarne la bellezza  …

 

quella volta toccò a me di non potere dormire,

ti guardai, e rimasi sveglio, tutta la notte,

e piansi di gioia …

 

(Crescenzo)

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Si fa presto a dire “l’amore” …

Si fa presto a dire “l’amore”,

se tra il dire e il fare non c’è di mezzo la vita,

hai voglia di parlarne,

di trovare delle perifrasi,

girotondi di belle parole,

un concetto splendidamente espresso,

una frase ad effetto,

insomma un misto d’aria fritta,

come a dire “ti voglio bene”, ma senza volerlo   …

 

Si fa presto a dire “l’amore”,

se non diventa sangue e passione,

gioia e dolore,

se non lo incontri, per averne un ‘idea,

e non lo vedi incarnato in un corpo,

un volto, un nome,

nei segni delle cicatrici,

in un soggetto preciso, definito,

affinché tu possa guardarlo negli occhi

e trovarci veramente il senso di quello che dici …

 

Si fa presto a dire “l’amore”,

se non ci sono più lacrime tra le ciglia,

e non si sa più piangere sui mali del mondo …

se manca un’opera da contemplare,

un artificio,

una mamma non più “sottomessa”,

che non sostiene più la famiglia, il suo edificio,

e non sa più vivere per gli altri, fino in fondo …

 

Si fa presto a dire “l’amore”,

se non si è più in grado di farlo,

se non è combinato con il sesso

e non si conosce cosa vuol dire un abbraccio,

e quanto vale …

se la vita resta fuori dal grembo materno,

congelata in sterili laboratori,

nei rapporti ambigui e confusi,

o a pezzi, nei rifiuti di un ospedale …

 

Si fa presto a dire “l’amore”,

come quei padri assenti,

egoisti e tiranni,

che mostrano una morale solo davanti al mondo,

alle telecamere della vanità,

ma sono vuoti di quei valori fondamentali,

di quella verità che li fa uomini,

senza più figli da crescere,

né mogli da rispettare e proteggere,

anche a costo della loro vita …

 

perché l’amore non puoi rinchiuderlo in gabbia,

né fuori da un cancello,

non si ferma davanti a niente,

e non lascia tracce sulla sabbia

così che venga il mare a cancellarlo …

e non è neanche una pagina di un libro bello,

fosse anche il Vangelo,

ma è chi ci vive dentro  che rende vita a quelle parole,

che sa portare negli occhi la bellezza del creato,

i colori del cielo,

il desiderio di eterno …

 

si fa presto a dire “l’amore”

se non lo si vive

e lo si desidera per sempre …

 

alciati_352-288(Crescenzo)

Un mondo a torso nudo

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Immagino un mondo a torso nudo,
da addome disarmato,
senza più videocontrollo
né bestemmie di martiri,
né santi eserciti che offendono la fede,
con violenza,
da sindrome compulsiva …
solo i nostri muscoli flaccidi,
da mostrare come una buffa corazza,
e smettere di fare la faccia cattiva,
tanto nessuno più ci crede …

un mondo privo di bambini soldato
da violarne l’innocenza …
senza più accattonaggio,
a misurarci il peso, sullo stesso baricentro …
né più condannati di spalle,
per guardarci finalmente negli occhi,
che forse ancora un poco ci imbarazza,
e poi ci manca il coraggio …
a riflettere insieme la nudità dell’anima
il nostro germe di figliolanza,
e ciò che abbiamo dentro…

un mondo nuovo per guardarci negli occhi,
perché l’anima non sa mentire,
e si vedrebbe costretta a capitolare,
prima o poi,
a immagine e somiglianza,
e a farci piegare i ginocchi …

Un mondo a torso nudo
fatto di potenziali angeli,
con lo sguardo sempre più in alto,
a cercare di prenderne il gancio,
e provvisti di ali per provarci,
ma bisognosi della spinta del fratello
per prendere bene lo slancio …

più colombe che serpenti,
senza più niente su cui arrotolarci
tranne i nostri peccati da assolvere
che sono già stati perdonati …

un mondo pieno di figli da allattare,
della riscoperta di padri e madri,
e del salvifico perdono,
dove si è finalmente capaci di amare
e di comprendere la sacralità della vita,
il suo dono,
qualcosa che si cura e si custodisce,
senza aspettare che passi …

un mondo nuovo, non rifatto,
senza più cure leggendarie,
tanto la pelle prima o poi invecchia,
raggrinzisce,
e saremo solo cellule da dissolvere,
arterie precarie,
carne per vermi,
mucchio di fosfati in polvere …

Un mondo a torso nudo,
per sentirci finalmente servi inutili,
ma necessari all’opera di Dio,
molto meno corrotti,
e bisognosi di senso, più che del tempo,
di quell’amore che scalda,
senza più l’esigenza di difendersi
e di coprirsi … …

un mondo per ricominciare a sperare,
per non lasciare niente al caso,
perché il caso è l’anagramma del caos
e il nulla è l’inferno che ci aspetta,
pronto a raccogliere solo chi non ha l’amore
e a chi ci vuole andare …

un mondo gravido di belle notizie,
come una pagina di Vangelo,
e noi sempre a tornare daccapo,
uditori dello stesso cielo,
umili come quei pescatori
creature di pace
angeli di vetro …

quando ascoltarono la Parola, che li raggiunse in riva al mare,
quasi sottovoce,
capirono, e lasciarono subito le reti per seguirlo,
per vedere dove avrebbe posato il capo,
fosse stato anche sulla croce …

sbandarono, ma solo per un poco,
poi decisero di andare
e non si voltarono più indietro …

(Crescenzo)

La grandezza delle donne

“Donnase’ tanto grande e tanto vali”,

ma solo agli occhi di Dio

e nella grazia degli uomini veri …

per gli altri sei un angelo o versiera,

con i segni sulle spalle,

di evidenti cicatrici,

a riprova delle ali …

come misteri di afrodite,

per gli occhi lascivi e famelici,

di bocche sbavate,

che vedono in te la schiava di sempre,

un manichino nudo e senza catene …

infibulate,

lapidate,

violentate,

abortite …

in questa pianificazione forzata

di uteri chiusi o in affitto,

e di eliminazione sistematica

di embrioni  tutti al femminile …

nella bocca vorace del mostro

che non ha carne,

né fattezze umane,

onnipresente spirito del male

che si insinua nelle fessure

nei globuli neri del sangue,

in questo cancro che non ha mai fine …

 

“Donnase’ tanto grande e tanto vali”,

ma solo agli occhi di Dio

e nella grazia degli uomini veri,

come Giuseppe,

che non hanno ancora perso la ragione

e l’anima …

a riscattare le loro Marie,

le mogli e i figli,

il sacrificio dell’amore …

uomini che sanno ancora guardare al cielo,

a rigenerarsi il sangue

attraverso il midollo della croce,

pronti anche a morirci sopra,

come Cristo sull’altare

della Sua Sposa Chiesa …

a gustarsi le gioie dell’Avvento,

di trapunte e di aghifoglie,

di questo reciproco donarsi,

in questa liturgia del tempo

che sa  di passione e luminarie

e di trepidante attesa …

(Crescenzo)

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L’Angelo di ottobre

Sotto una pioggia battente,
su questa terra umida e odorosa,
in questo scorrere veloce del tempo,
un lasso fugace,
a spiare la natura che si sveste
e scoprirne la bellezza di una ninfa …

prima di uscire dal suo grembo,
di questa vita agreste,
a sgranare l’ennesimo rosario
in preghiere e litanie
e speranze di pace,
e a succhiarle ancora un po’ di linfa …

come una foglia di ottobre
che si prepara al travaglio
di questa nuova stagione ,
in queste rade fronde
che fatico a staccarmi
e non mi lascio cadere …

Su questo lungo viale
in mulinelli e vortici di vento
come su un mare in tempesta,
un ristagno autunnale
che intrappola il giallo del sole
e i passi della gente
per il prossimo inverno …

tutto tace,
tranne il mio orecchio,
ci sono ancora nuvole sparse
e i primi segni di gelo,
mentre cammino e lascio impronte
in questo pezzo di eterno …

mai solo,
con te che custodisci il mio presente,
che difendi e dispensi consigli
e conosci bene il Cielo …

un amico fidato
a cui affidare il mio silenzio
e il mio volo …

(Crescenzo)