San Benedetto da Norcia

Padre buono, ti prego,
dammi un’intelligenza che ti comprenda,
un animo che ti gusti,
una pensosità che ti cerchi,
una sapienza che ti trovi,
uno spirito che ti conosca,
un cuore che ti ami,
un pensiero che sia rivolto a te,
degli occhi che ti guardino,
una parola che ti piaccia,
una pazienza che ti segua,
una perseveranza che ti aspetti.
Dammi, ti prego, la tua santa presenza,
la resurrezione,
la ricompensa e la vita eterna.

San Benedetto da Norcia

Fonte

benedikt3

Fidarsi di Dio

Senza Gesù non facciamo nulla di buono. È questo l’insegnamento dato dal Maestro ai suoi discepoli nel racconto evangelico della pesca miracolosa e che si ripete nella nostra vita.
San Luca racconta che un giorno il Signore predicava nei pressi del mare di Galilea ed erano così tanti quelli che lo ascoltavano che egli dovette chiedere aiuto. Alcuni pescatori stavano lavando le reti sulla riva. Avevano terminato la parte più impegnativa del lavoro e stavano sistemando le ultime cose, sicuramente con l’idea di andarsene al più presto a casa per riposarsi. Ma Gesù salì su una barca, quella di Simone, e da lì continuò a parlare alla folla.
L’evangelista non si sofferma a raccontarci il contenuto dell’insegnamento del Signore. Questa volta vuole farci prestare attenzione ad altri fatti, perché contengono una lezione di grande importanza per la vita cristiana.
FE.1
Lotta e fiducia
Forse Pietro e i suoi compagni pensavano che, al termine del suo discorso, Gesù sarebbe ritornato a riva e avrebbe ripreso il suo cammino. Ma non fu così: si rivolse a loro e li invitò a riprendere il lavoro, proprio quello che stavano per concludere. Ne furono sorpresi; ma Simone ebbe la grandezza d’animo di non badare alla stanchezza e rispose: Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti.
Avevano lavorato tutta la notte, invano. Sapevano pescare, era la loro professione, avevano esperienza; eppure niente: erano ritornati stanchi e senza un pesce. Probabilmente, erano anche demoralizzati. Magari qualcuno avrà anche pensato che con quel mestiere non si poteva tirare avanti e avrà avuto il desiderio – più o meno represso – e frutto di una sensazione di impotenza, di piantare tutto.
Sappiamo che il racconto si conclude con una pesca straordinariamente abbondante. Se ci domandassimo che cosa fece la differenza tra questa abbondanza e l’insuccesso notturno, la risposta sarebbe immediata: la presenza di Cristo. Tutte le altre circostanze di questo secondo tentativo sembrano meno favorevoli di quelle del primo: le reti non completamente lavate, l’ora poco adatta, la depressa condizione fisica e mentale dei pescatori…
Il Signore si serve di tutto questo per dare, a loro e a noi, un insegnamento spirituale molto importante: senza Gesù non combiniamo nulla. Senza Cristo, il frutto della lotta sarà la stanchezza, la tensione, lo scoraggiamento, il desiderio di piantare tutto; senza Cristo, cercheremmo di ingannarci gettando sulle circostanze la colpa della nostra inefficacia; senza Cristo, saremmo invasi dalla sensazione di inutilità. Con Lui, invece, la pesca è abbondante.
La santità non consiste nel compiere una serie di norme. È, invece, la vita di Cristo in noi. Più che nel fare, essa consiste nel lasciar fare, nel lasciarsi portare; però mettendo da parte nostra tutto il possibile. Tu, cristiano e, in quanto cristiano, figlio di Dio, devi sentire la grave responsabilità di corrispondere alle misericordie ricevute dal Signore, mediante un atteggiamento di vigilante e amorosa fermezza, perché niente e nessuno possa deformare i lineamenti peculiari dell’Amore, che Egli ha impresso nella tua anima.
Quando lottiamo per essere santi, il filo della nostra volontà si unisce al filo della Volontà di Dio e s’intreccia con quest’ultima per formare un unico tessuto, un’unica tela, che è la nostra vita. Questa trama deve diventare sempre più fitta, finché arriverà un momento in cui la nostra volontà si identificherà con quella di Dio in modo tale che non saremo capaci di distinguere l’una dall’altra, perché entrambe desiderano le stesse cose.
Quasi alla fine della sua vita terrena Gesù confida a san Pietro: In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi. Prima ti appoggiavi a te stesso, alla tua volontà, alla tua fortezza; prima pensavi che la tua parola fosse più sicura della mia…, e vedi con quali risultati. Da ora in poi ti appoggerai a Me e vorrai ciò che Io vorrò… e le cose andranno molto meglio.
La vita interiore sgorga dalla grazia e richiede la nostra cooperazione. Lo Spirito Santo soffia e dà impeto alla nostra barca. Per fare la nostra parte, noi disponiamo, per così dire, di due remi: da un lato, il nostro impegno personale; dall’altra, la fiducia in Dio, la certezza che non ci abbandonerà. I due remi sono indispensabili e dobbiamo rafforzare i nostri muscoli se vogliamo che la vita interiore proceda in avanti. Se uno dei due remi viene a mancare, la barca girerà su se stessa, sarà molto difficile governarla; allora l’anima comincerà a zoppicare: non progredirà, perderà la spinta, finirà per venir meno e affonderà facilmente.
Se non c’è la decisione efficace di lottare, la pietà diventa sentimento, le virtù si indeboliscono: l’anima sembra riempirsi di buoni desideri, che tuttavia si mostrano inefficaci al momento di impegnarsi. Se poi ci si affida a una volontà forte, alla decisione di lottare senza confidare nel Signore, il frutto sarà l’aridità, la tensione, la stanchezza, il disgusto per una lotta che non porta pesci nella rete della vita interiore e dell’apostolato: l’anima si ritrova, come Pietro e compagni, nella notte infruttuosa.
Se ci accorgiamo di un simile pericolo, se cadiamo nello scoraggiamento per esserci troppo fidati della nostra competenza o della nostra esperienza, della nostra volontà decisa e forte… e poco di Cristo, chiediamo al Signore di salire sulla nostra barca. La sua presenza è molto importante per noi; molto più dei risultati del nostro impegno. È da notare che il Signore non promette una grande pesca, né Simone se l’aspetta; però si rende conto che in ogni caso vale la pena lavorare per il Signore: In verbo autem tuo laxabo retia.
FE.2
Abbandono
Torniamo indietro e rivolgiamo la nostra attenzione alla richiesta di Gesù:Prendi il largo e calate le reti per la pesca.
Duc in altum.Porta la barca al largo. Per addentrarsi nella vita interiore bisogna rinunciare a tenere i piedi sul terreno solido, in cui ci sentiamo completamente a nostro agio; è necessario avanzare fino a luoghi agitati dalle onde, dove la barca ondeggia e l’anima si accorge di non averne del tutto il controllo, di rischiare di affogare in caso di caduta.
Non saremmo più al sicuro sulla riva, o perlomeno dove l’acqua arriva al ginocchio, alla cintura, o al massimo alle spalle? Forse sì, là ci sentiremmo più sicuri. Però sulla riva non si pesca niente che valga la pena. Se vogliamo gettare le reti per pescare dobbiamo portare la barca al largo, dobbiamo scacciare la paura di non vedere più la costa.
Quante volte Gesù rinfaccia ai discepoli la loro paura: Perché avete paura, uomini di poca fede?. Forse meritiamo anche noi lo stesso rimprovero: perché non ti fidi? Perché vuoi padroneggiare e controllare tutto? Perché ti costa tanto camminare quando il sole non risplende al massimo del suo fulgore?
L’anima tende istintivamente a cercare riferimenti, qualche segno evidente che procede bene. Il Signore ce li concede spesso, ma non cresceremo nella vita interiore se permettiamo che ci ossessioni la necessità di verificare i nostri progressi.
Forse abbiamo l’esperienza che nei momenti difficili, quando non siamo in grado di formulare un giudizio netto sulla nostra rettitudine, e ci consumiamo nel desiderio di cercare a ogni costo una risposta, finiamo con l’attribuire a una circostanza insignificante un valore sproporzionato: uno sguardo sorridente o serio, un elogio o una correzione, una circostanza favorevole o una contraria, ci bastano a volte per far diventare brillanti o cupi eventi del tutto indifferenti.
La crescita nella vita interiore non dipende dall’essere sicuri della Volontà di Dio. L’ansia smisurata di sicurezza è il punto d’incontro del volontarismo con il sentimentalismo. Certe volte il Signore permette una insicurezza che, se compresa, ci aiuta a crescere nella rettitudine d’intenzione. L’importante è abbandonarsi nelle sue mani, e trovare in Lui la pace.
La nostra lotta non ha l’obiettivo di procurarci sentimenti gradevoli. Spesso li avremo; altre volte, no. Un po’ di esame probabilmente ci farà scoprire che li cerchiamo con una frequenza maggiore di quel che immaginiamo, se non per se stessi, sicuramente come garanzia dell’efficacia della lotta.
Lo avvertiremo, per esempio, quando proviamo scoraggiamento nel caso di una tentazione alla quale non cediamo, ma che persiste; quando sentiamo fastidio perché qualcosa ci costa e – così ci pare – non dovrebbe costarci; quando sentiamo disagio perché la donazione non ci attrae nel modo travolgente che ci piacerebbe…
Dobbiamo lottare nelle cose su cui possiamo lottare, senza puntare a testa bassa contro ciò che non è in nostro potere dominare: i sentimenti non sono completamente sottomessi alla volontà e non possiamo pretendere che lo siano.
Dobbiamo imparare ad abbandonarci, mettendo nelle mani di Dio il risultato della nostra lotta, perché soltanto la fiducia in Lui può avere ragione delle nostre inquietudini. Se vogliamo essere pescatori d’alto mare, dobbiamo portare la barca al largo, dove non si tocca; dobbiamo superare il desiderio di cercare punti di riferimento, di avere la prova che facciamo progressi. Ma per riuscire a tanto è decisivo appoggiarsi sulla contrizione.
FE.3
Ricominciare
Simone e i suoi compagni seguirono il consiglio del Signore e presero una quantità enorme di pesci e le reti si rompevano. Del frutto di quella audacia trassero beneficio altri che vennero ad aiutarli, e le due barche si riempirono al punto che quasi affondavano. L’abbondanza tanto straordinaria indusse Pietro ad avvertire la vicinanza di Dio e a sentirsi indegno di tale familiarità:Signore, allontanati da me che sono un peccatore. Tuttavia, pochi minuti dopo,lasciarono tutto e lo seguirono. E furono fedeli sino alla morte.
Pietro scoprì il Signore durante quella pesca straordinaria. Avrebbe reagito nello stesso modo se la notte precedente il suo lavoro fosse andato bene? Forse no. Forse in una pesca particolarmente generosa avrebbe riconosciuto un aiuto di Gesù, ma non avrebbe capito fino a che punto Dio era vicino e che tutto veniva da Lui. Affinché il miracolo smuovesse l’anima di Simone, conveniva che la notte precedente fosse andata a vuoto, malgrado il suo impegno sincero.
Il Signore si serve dei nostri difetti per attirarci a Lui, purché noi ci sforziamo sinceramente per vincerli. Se lottiamo, dobbiamo volerci bene così come siamo, con i nostri difetti. Nel farsi uomo, il Verbo assunse alcune limitazioni: quelle che caratterizzano la condizione umana, proprio quelle contro le quali noi a volte ci ribelliamo. Nel cammino di identificazione con Cristo è importante accettare i propri limiti.
Tante volte è proprio la coscienza serena della nostra indegnità a farci scoprire Cristo accanto a noi, perché vediamo chiaramente che i pesci nelle nostre reti non sono frutto della nostra bravura, ma della volontà di Dio. E questa esperienza ci riempie di gaudio e ci convince ancora una volta che è la contrizione a farci progredire nella vita interiore.
Allora, come Pietro, ci gettiamo ai piedi di Gesù; e anche noi, come lui, finiamo per lasciare tutto – anche quella pesca straordinaria! – per seguirlo, perché soltanto di Lui ci importa.
La prontezza della contrizione segna la via per la gioia. La tua vita interiore dev’essere proprio questo: cominciare… e ricominciare. Quale profonda gioia prova l’anima quando scopre nella pratica il significato di queste parole! Non stancarsi di ricominciare: ecco il segreto per l’efficacia e la pace. Infatti, colui che ha questo atteggiamento lascia lavorare lo Spirito Santo nella propria anima, collabora con Lui senza pretendere di sostituirlo, lotta con tutta l’energia e con piena fiducia in Dio.

<a href="http://Senza Gesù non facciamo nulla di buono. È questo l’insegnamento dato dal Maestro ai suoi discepoli nel racconto evangelico della pesca miracolosa e che si ripete nella nostra vita. San Luca racconta che un giorno il Signore predicava nei pressi del mare di Galilea ed erano così tanti quelli che lo ascoltavano che egli dovette chiedere aiuto. Alcuni pescatori stavano lavando le reti sulla riva. Avevano terminato la parte più impegnativa del lavoro e stavano sistemando le ultime cose, sicuramente con l’idea di andarsene al più presto a casa per riposarsi. Ma Gesù salì su una barca, quella di Simone, e da lì continuò a parlare alla folla. L’evangelista non si sofferma a raccontarci il contenuto dell’insegnamento del Signore. Questa volta vuole farci prestare attenzione ad altri fatti, perché contengono una lezione di grande importanza per la vita cristiana. Lotta e fiducia Forse Pietro e i suoi compagni pensavano che, al termine del suo discorso, Gesù sarebbe ritornato a riva e avrebbe ripreso il suo cammino. Ma non fu così: si rivolse a loro e li invitò a riprendere il lavoro, proprio quello che stavano per concludere. Ne furono sorpresi; ma Simone ebbe la grandezza d’animo di non badare alla stanchezza e rispose: Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti. Avevano lavorato tutta la notte, invano. Sapevano pescare, era la loro professione, avevano esperienza; eppure niente: erano ritornati stanchi e senza un pesce. Probabilmente, erano anche demoralizzati. Magari qualcuno avrà anche pensato che con quel mestiere non si poteva tirare avanti e avrà avuto il desiderio – più o meno represso – e frutto di una sensazione di impotenza, di piantare tutto. Sappiamo che il racconto si conclude con una pesca straordinariamente abbondante. Se ci domandassimo che cosa fece la differenza tra questa abbondanza e l’insuccesso notturno, la risposta sarebbe immediata: la presenza di Cristo. Tutte le altre circostanze di questo secondo tentativo sembrano meno favorevoli di quelle del primo: le reti non completamente lavate, l’ora poco adatta, la depressa condizione fisica e mentale dei pescatori… Il Signore si serve di tutto questo per dare, a loro e a noi, un insegnamento spirituale molto importante: senza Gesù non combiniamo nulla. Senza Cristo, il frutto della lotta sarà la stanchezza, la tensione, lo scoraggiamento, il desiderio di piantare tutto; senza Cristo, cercheremmo di ingannarci gettando sulle circostanze la colpa della nostra inefficacia; senza Cristo, saremmo invasi dalla sensazione di inutilità. Con Lui, invece, la pesca è abbondante. La santità non consiste nel compiere una serie di norme. È, invece, la vita di Cristo in noi. Più che nel fare, essa consiste nel lasciar fare, nel lasciarsi portare; però mettendo da parte nostra tutto il possibile. Tu, cristiano e, in quanto cristiano, figlio di Dio, devi sentire la grave responsabilità di corrispondere alle misericordie ricevute dal Signore, mediante un atteggiamento di vigilante e amorosa fermezza, perché niente e nessuno possa deformare i lineamenti peculiari dell’Amore, che Egli ha impresso nella tua anima. Quando lottiamo per essere santi, il filo della nostra volontà si unisce al filo della Volontà di Dio e s’intreccia con quest’ultima per formare un unico tessuto, un’unica tela, che è la nostra vita. Questa trama deve diventare sempre più fitta, finché arriverà un momento in cui la nostra volontà si identificherà con quella di Dio in modo tale che non saremo capaci di distinguere l’una dall’altra, perché entrambe desiderano le stesse cose. Quasi alla fine della sua vita terrena Gesù confida a san Pietro: In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi. Prima ti appoggiavi a te stesso, alla tua volontà, alla tua fortezza; prima pensavi che la tua parola fosse più sicura della mia…, e vedi con quali risultati. Da ora in poi ti appoggerai a Me e vorrai ciò che Io vorrò… e le cose andranno molto meglio. La vita interiore sgorga dalla grazia e richiede la nostra cooperazione. Lo Spirito Santo soffia e dà impeto alla nostra barca. Per fare la nostra parte, noi disponiamo, per così dire, di due remi: da un lato, il nostro impegno personale; dall’altra, la fiducia in Dio, la certezza che non ci abbandonerà. I due remi sono indispensabili e dobbiamo rafforzare i nostri muscoli se vogliamo che la vita interiore proceda in avanti. Se uno dei due remi viene a mancare, la barca girerà su se stessa, sarà molto difficile governarla; allora l’anima comincerà a zoppicare: non progredirà, perderà la spinta, finirà per venir meno e affonderà facilmente. Se non c’è la decisione efficace di lottare, la pietà diventa sentimento, le virtù si indeboliscono: l’anima sembra riempirsi di buoni desideri, che tuttavia si mostrano inefficaci al momento di impegnarsi. Se poi ci si affida a una volontà forte, alla decisione di lottare senza confidare nel Signore, il frutto sarà l’aridità, la tensione, la stanchezza, il disgusto per una lotta che non porta pesci nella rete della vita interiore e dell’apostolato: l’anima si ritrova, come Pietro e compagni, nella notte infruttuosa. Se ci accorgiamo di un simile pericolo, se cadiamo nello scoraggiamento per esserci troppo fidati della nostra competenza o della nostra esperienza, della nostra volontà decisa e forte… e poco di Cristo, chiediamo al Signore di salire sulla nostra barca. La sua presenza è molto importante per noi; molto più dei risultati del nostro impegno. È da notare che il Signore non promette una grande pesca, né Simone se l’aspetta; però si rende conto che in ogni caso vale la pena lavorare per il Signore: In verbo autem tuo laxabo retia. Abbandono Torniamo indietro e rivolgiamo la nostra attenzione alla richiesta di Gesù:Prendi il largo e calate le reti per la pesca. Duc in altum. Porta la barca al largo. Per addentrarsi nella vita interiore bisogna rinunciare a tenere i piedi sul terreno solido, in cui ci sentiamo completamente a nostro agio; è necessario avanzare fino a luoghi agitati dalle onde, dove la barca ondeggia e l’anima si accorge di non averne del tutto il controllo, di rischiare di affogare in caso di caduta. Non saremmo più al sicuro sulla riva, o perlomeno dove l’acqua arriva al ginocchio, alla cintura, o al massimo alle spalle? Forse sì, là ci sentiremmo più sicuri. Però sulla riva non si pesca niente che valga la pena. Se vogliamo gettare le reti per pescare dobbiamo portare la barca al largo, dobbiamo scacciare la paura di non vedere più la costa. Quante volte Gesù rinfaccia ai discepoli la loro paura: Perché avete paura, uomini di poca fede?. Forse meritiamo anche noi lo stesso rimprovero: perché non ti fidi? Perché vuoi padroneggiare e controllare tutto? Perché ti costa tanto camminare quando il sole non risplende al massimo del suo fulgore? L’anima tende istintivamente a cercare riferimenti, qualche segno evidente che procede bene. Il Signore ce li concede spesso, ma non cresceremo nella vita interiore se permettiamo che ci ossessioni la necessità di verificare i nostri progressi. Forse abbiamo l’esperienza che nei momenti difficili, quando non siamo in grado di formulare un giudizio netto sulla nostra rettitudine, e ci consumiamo nel desiderio di cercare a ogni costo una risposta, finiamo con l’attribuire a una circostanza insignificante un valore sproporzionato: uno sguardo sorridente o serio, un elogio o una correzione, una circostanza favorevole o una contraria, ci bastano a volte per far diventare brillanti o cupi eventi del tutto indifferenti. La crescita nella vita interiore non dipende dall’essere sicuri della Volontà di Dio. L’ansia smisurata di sicurezza è il punto d’incontro del volontarismo con il sentimentalismo. Certe volte il Signore permette una insicurezza che, se compresa, ci aiuta a crescere nella rettitudine d’intenzione. L’importante è abbandonarsi nelle sue mani, e trovare in Lui la pace. La nostra lotta non ha l’obiettivo di procurarci sentimenti gradevoli. Spesso li avremo; altre volte, no. Un po’ di esame probabilmente ci farà scoprire che li cerchiamo con una frequenza maggiore di quel che immaginiamo, se non per se stessi, sicuramente come garanzia dell’efficacia della lotta. Lo avvertiremo, per esempio, quando proviamo scoraggiamento nel caso di una tentazione alla quale non cediamo, ma che persiste; quando sentiamo fastidio perché qualcosa ci costa e – così ci pare – non dovrebbe costarci; quando sentiamo disagio perché la donazione non ci attrae nel modo travolgente che ci piacerebbe… Dobbiamo lottare nelle cose su cui possiamo lottare, senza puntare a testa bassa contro ciò che non è in nostro potere dominare: i sentimenti non sono completamente sottomessi alla volontà e non possiamo pretendere che lo siano. Dobbiamo imparare ad abbandonarci, mettendo nelle mani di Dio il risultato della nostra lotta, perché soltanto la fiducia in Lui può avere ragione delle nostre inquietudini. Se vogliamo essere pescatori d’alto mare, dobbiamo portare la barca al largo, dove non si tocca; dobbiamo superare il desiderio di cercare punti di riferimento, di avere la prova che facciamo progressi. Ma per riuscire a tanto è decisivo appoggiarsi sulla contrizione. Ricominciare Simone e i suoi compagni seguirono il consiglio del Signore e presero una quantità enorme di pesci e le reti si rompevano. Del frutto di quella audacia trassero beneficio altri che vennero ad aiutarli, e le due barche si riempirono al punto che quasi affondavano. L’abbondanza tanto straordinaria indusse Pietro ad avvertire la vicinanza di Dio e a sentirsi indegno di tale familiarità:Signore, allontanati da me che sono un peccatore. Tuttavia, pochi minuti dopo,lasciarono tutto e lo seguirono. E furono fedeli sino alla morte. Pietro scoprì il Signore durante quella pesca straordinaria. Avrebbe reagito nello stesso modo se la notte precedente il suo lavoro fosse andato bene? Forse no. Forse in una pesca particolarmente generosa avrebbe riconosciuto un aiuto di Gesù, ma non avrebbe capito fino a che punto Dio era vicino e che tutto veniva da Lui. Affinché il miracolo smuovesse l’anima di Simone, conveniva che la notte precedente fosse andata a vuoto, malgrado il suo impegno sincero. Il Signore si serve dei nostri difetti per attirarci a Lui, purché noi ci sforziamo sinceramente per vincerli. Se lottiamo, dobbiamo volerci bene così come siamo, con i nostri difetti. Nel farsi uomo, il Verbo assunse alcune limitazioni: quelle che caratterizzano la condizione umana, proprio quelle contro le quali noi a volte ci ribelliamo. Nel cammino di identificazione con Cristo è importante accettare i propri limiti. Tante volte è proprio la coscienza serena della nostra indegnità a farci scoprire Cristo accanto a noi, perché vediamo chiaramente che i pesci nelle nostre reti non sono frutto della nostra bravura, ma della volontà di Dio. E questa esperienza ci riempie di gaudio e ci convince ancora una volta che è la contrizione a farci progredire nella vita interiore. Allora, come Pietro, ci gettiamo ai piedi di Gesù; e anche noi, come lui, finiamo per lasciare tutto – anche quella pesca straordinaria! – per seguirlo, perché soltanto di Lui ci importa. La prontezza della contrizione segna la via per la gioia. La tua vita interiore dev’essere proprio questo: cominciare… e ricominciare. Quale profonda gioia prova l’anima quando scopre nella pratica il significato di queste parole! Non stancarsi di ricominciare: ecco il segreto per l’efficacia e la pace. Infatti, colui che ha questo atteggiamento lascia lavorare lo Spirito Santo nella propria anima, collabora con Lui senza pretendere di sostituirlo, lotta con tutta l’energia e con piena fiducia in Dio.

Fonte

Diranno che…

filia ecclesiae:

Vorranno negare l’evidenza!

Originally posted on Giuliano Guzzo:

Diranno

Diranno che un milione di persone in piazza è una stima cattolica, come se quella delle presenze al gay pride la fornisse la Nasa. Diranno, con indignazione, che è stata una cosa organizzata dalla Cei coi soldini dell’8×1000, senza sapere che

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Ciao Babbo!

Non so voi, ma io mi spavento davanti a Novene e preghiere lunghissime, ma lunghe per davvero, che ti prendono mezza giornata per raccontare a Dio ciò che Lui già conosce di me. Ancor prima che io possa aprir bocca, Lui sa. Insomma, non fanno per me e mi capitava in passato di sentirmi in colpa per questo finché un giorno mi sono accorta che tutta la mia giornata -e probabilmente anche la vostra-, è un trascorrere insieme a Dio se alla mattina offro la giornata, me stessa, le mie azioni, i miei pensieri, i miei cari, etc. a Lui. Ammiro chi ne è capace, ma non mi sento più in colpa se non riesco a farlo.

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« Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate. Voi dunque pregate così: Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, e rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori, e non abbandonarci alla tentazione, ma liberaci dal male. Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe » (Mt 6,7-15)
Gesù insegna ai discepoli a pregare. È la famosa “preghiera del Signore”, detta comunemente “Padre nostro” dalle parole con cui incomincia. Non è “una” preghiera, ma “la” preghiera. I Padri della Chiesa l’hanno spesso commentata mossi dalla convinzione che in questa preghiera c’è tutta l’essenza della preghiera cristiana. Sant’Ignazio di Loyola, per esempio, nei suoi Esercizi, ci insegna a concludere qualunque preghiera con il Padre nostro, per aver ben chiaro che qualunque preghiera noi facciamo è sempre e solo la sottolineatura di qualcosa che è già contenuto nella Preghiera del Signore. Essa è strutturata in sette domande. Sette è il numero della perfezione, di un ciclo concluso. Come dire: tutto quello che possiamo desiderare, cercare, sperare è contenuto qui. Lo stesso ordine delle domande ci aiuta a disporci nell’atteggiamento giusto della preghiera: « Il primo gruppo di domande ci porta verso di lui, a lui: il tuo Nome, il tuo Regno, la tua volontà. È proprio dell’amore pensare innanzi tutto a colui che si ama. In ognuna di queste tre petizioni noi non “ci” nominiamo, ma siamo presi dal “desiderio ardente”, dall’ “angoscia” stessa del Figlio diletto per la gloria del Padre suo: [cfr. Lc 22,14; Lc 12,50] “Sia santificato. . . Venga. . . Sia fatta. . . “: queste tre suppliche sono già esaudite nel Sacrificio di Cristo Salvatore, ma sono ora rivolte, nella speranza, verso il compimento finale, in quanto Dio non è ancora tutto in tutti [cfr. 1Cor 15,28] » (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2804). Anche l’inizio, la prima parola è molto significativa, perché se è vero che il Dio di Israele è concepito come il Padre del suo popolo (Es 4,22) era molto raro che ci si indirizzasse a lui come al Padre di un singolo ebreo. Invitando i suoi discepoli a chiamare Dio “Padre”, li introduce ad una intimità insolita con Dio. In aramaico Gesù si rivolge a Dio con la parola, “Abbà”, usata abitualmente dai bambini nei confronti del loro genitore (Mc 14,36; Rm 8,15; Gal 4,6). Oggi diremmo “papà”. Questo termine estremamente confidenziale è unito – paradossalmente – con l’espressione « che sei nei cieli ». Lo stesso Dio che si fa intimo a noi, che si fa vicino e “tenero”, tanto da permetterci di chiamarlo “papà”, è il Dio tre volte santo, che abita nei cieli, cioè in quel luogo, che è un non-luogo, che trascende ogni luogo. Nella misura in cui Dio è accolto nel nostro intimo, esso si fa “cielo”, cioè paradiso. L’intimità con Dio ci fa già essere in paradiso. Ma io magari sto ancora male, soffro, come posso dire di essere già in paradiso? È perché ancora non me ne accorgo pienamente. Chi è colpevolmente lontano da Dio è già nell’inferno, l’inferno è in lui: magari però sta (relativamente…) bene, perché ancora non se ne accorge. Accorgersi di quello che siamo, di dove stiamo andando, di qual’è la nostra vera situazione, questo è pregare con il cuore.

Don Pietro Cantoni

Padre nostro

Non lasciarmi a metà strada

Signore,
donami anche oggi la forza
per credere, per sperare, per amare.
Non lasciarmi a metà strada invischiato
nelle mille cose che non mi bastano più.
Lascia che mi fermi anch’io ogni giorno
ad ascoltarti per riprendere poi il cammino
lungo le strade che mi dai da percorrere.
Liberami perciò da tutto ciò che mi
appare indispensabile e non lo è,
da ciò che credo necessario e invece è solo il superfluo,
da ciò che mi riempie e mi gonfia ma non mi sazia,
mi bagna le labbra ma non mi disseta il cuore.
Si, lo so che tu vuoi farlo,
ma aiutami a lasciartelo fare.
Sempre, subito!

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L’ora della fedeltà ultima

filia ecclesiae:

La verità è al termine, non al principio della vocazione…

Originally posted on Gustave Thibon:

statue de jeanne d'arcGiovanna d’Arco, dopo il suo rinnegamento, gridando un’ultima volta dinanzi al rogo: «Le mie voci venivano da Dio, le mie voci non mi hanno ingannata.» – Povera ragazza, ebbra del suo Dio, della sua missione e della sua gloria, poi straziata, abbandonata come Gesù nel Getsemani in un deserto senza miraggi, a gridare ancora la sua fede disperata in un cielo senza promesse. È nell’ora della fedeltà ultima, nell’ora in cui i battiti del nostro cuore e i fumi della nostra immaginazione non si confondono più con l’appello divino che le nostre voci non ci ingannano più. La verità è al termine, non al principio della vocazione…

(Gustave Thibon, Le voile et le masque,  Fayard, Paris 1985, pp. 21-22)

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