La cittadella della secessione interiore

lubacdi Henri de Lubac

Note sulla tentazione del polemismo sterile e sui falsi rigori che degradano in ideologia i misteri della fede.

(Da Meditazioni sulla Chiesa, Paoline, Milano 1955, pp. 291-300 e pp. 337-338)

« [...] l’intransigenza della fede, l’attaccamento alla tradizione, non si mutano mai, nel vero uomo di Chiesa, in durezza, in disprezzo, in aridità di cuore. Non sopprimono in lui il dono della simpatia accogliente ed aperta, e non lo imprigionano in una cittadella di atteggiamenti negativi. Continua a leggere

Il tradimento della Parola

thomas_couture_013_il_bacio_di_giudadi Charles Journet

La verità di Dio è sempre tradita quando è proposta senza l’amore di Dio. Gli apostoli l’hanno predicata in un grande amore: «Come una madre si prende cura dei suoi bambini, così noi, per la viva tenerezza a vostro riguardo, avremmo voluto darvi non solo il Vangelo di Dio, ma persino la vita, tanto ci eravate divenuti cari» (1 Tess. 2, 7-8). Ascoltandoli, i fedeli dovettero sentire il loro cuore riscaldarsi come a Emmaus. È detto di Lidia, la venditrice di porpora, che il Signore aprì il cuore onde poter ascoltare Paolo (At. 16, 14). Perfino allora, perfino ai tempi di Gesù, la parola di Dio trovò degli oppositori: essa è misteriosa, è difficile a capirsi, richiede in noi la morte di molte cose assai care. È certo comunque, e noi lo sappiamo, che predicarla con poco amore significa renderla oscura e portare la responsabilità di molte delle sue sconfitte. E poiché il nostro amore mai si leverà al livello dell’amore di Gesù, e neppure al livello di quello degli apostoli, rimane vero che in tal senso noi non potremo mai pronunciare la parola di Dio senza un po’ tradirla.

(Charles Journet, Il Dogma cammino della fede, tr. it. Paoline, Catania 1964, pp. 20-21)

La fratellanza di Caino

caino_abeleEssenziale della fede cristiana è che colui che rinuncia alla sua illusoria autonomia individuale allo scopo di ricevere il suo vero essere e la sua vera libertà in Cristo e per mezzo di Cristo, è « giustificato », dalla misericordia di Dio sulla Croce di Cristo. I suoi « peccati sono perdonati » nella mi­sura in cui la radice della colpa viene sradicata nella resa che la fede fa a Cristo. Invece di tenermi la mia illusoria autonomia, io rinuncio per Cristo a tutti i miei diritti su di me nella speranza che con il suo Spirito, che è Spirito e Vita della sua Chiesa, egli vivrà in me e agirà in me e, una volta diventato una sola cosa con lui, trovata la mia vera identità in lui, io agirò esclusivamente come membro del suo Corpo e fedele cittadino del suo Regno. Continua a leggere

Ambiguità dei «buoni»

di Thomas Merton

Come cattolico io mi attengo saldamente a quanto inse­gna la Chiesa in merito alla giustificazione e alla grazia. Non si può essere giustificati da una fede che non compie le opere d’amore, perche l’amore è testimonianza ed evidenza del « nuovo essere » in Cristo. Ma appunto questo amore è in primo luogo opera di Cristo in me, non semplicemente qualcosa che scaturisce dalla mia volonta e viene poi appro­vata e ricompensata da Dio. È la fede che apre il mio cuore a Cristo e al suo Spirito, affinché egli possa operare in me. Nessuna delle mie opere puo chiamarsi «amore» in senso cristiano se non viene da Cristo. Ma i «buoni» sono ten­tati di credere unicamente nella loro bontà e nella loro ca­pacità di amore, mentre chi comprende la propria nullità è molto più pronto ad arrendersi interamente al dono dell’amore che egli sa non poter venire in alcun modo da lui.

È con questa mentalita che, nel capitolo successivo, considererò le ambiguita del «fare il bene» , sapendo che quan­do uno è fermamente persuaso della sua rettitudine e bontà può perpetrare senza scrupolo la piu spaventosa mal­vagità. Dopo tutto non sono stati gli uomini retti, i santi, i «credenti in Dio» che hanno crocifisso Cristo? E non l’hanno fatto in nome della rettitudine, della santità e di Dio stesso (Gio 10, 32)?

Si noti che uno dei più profondi motivi psicologici del­I’antisemitismo cristiano è, a parer mio, un tentativo di evadere da questo fatto. Il vangelo ci insegna precisamente che la santità e la bontà umana non possono impedirci di tra­dire Dio e che i «buoni» che crocifissero Cristo sono il modello di tutti i «buoni» la cui «bontà» è nient’altro che fedeltà a prescrizioni etiche.

Ma per sfuggire alle conseguenze di questo fatto noi abbiamo cambiato le cose interpretandolo in quessto modo: Cristo fu crocifisso da uomini cattivi e senza fede i quali amavano il peccato precisamente perché erano ebrei e maledetti da Dio. Questa interpretazione trascura i seguenti fatti: gli ebrei erano e sono il popolo particolarmente eletto e amato da Dio; i farisei erano uomini austeri e virtuosi, dediti con tutte le loro forze a fare il bene come essi lo intendevano. Studiavano devotamente la parola di Dio con profondo interesse per la venuta del Messia.

L’antisemitismo conviene ai cristiani che si reputano austeri, virtuosi, interessati a fare il bene e a obbedire a Dio, eccetera, per evitare ogni occasione che possa far capire come essi siano siano l’esatta riproduzione degli antichi farisei. Quando impareremo che «essere buoni» può significare facilmente avere la mentalita di «uccisori di Cristo»?

(Thomas Merton, Diario di un testimone colpevole, tr. it. Garzanti, Milano 1968, pp. 168-169)

La connivenza inconfessabile

gustave-thibon-il-etait-une-foi_70886812_1Una certa indignazione – forse perfino ogni specie di indignazione – si nutre di una connivenza inconfessabile e ferita col male che condanna. Con quale faciltà la difesa della purezza mobilita in noi l’impurezza! L’indignazione è come uno spasimo impotente provocato in noi da un veleno che non possiamo né eliminare né consumare. Tentiamo invano di rigettare all’esterno (sugli altri) ciò che non possiamo bruciare all’interno – questa combustione che, del resto, è la sola eliminazione possibile.

(Gustave Thibon, L’ignorance étoilée, Fayard, Paris 1974, p. 50)

Chiusura mentale e fanatismo delle anime fragili. Si precipitano in una convinzione come dentro a un rifugio e respingono ciecamente tutto quel che potrebbe sloggiarle da lì, compresi i fatti più evidenti. Il fanatismo risponde a due istinti assai profondi dell’essere umano: il bisogno di sicurezza e la tendenza all’aggressività. Rassicura la debolezza e giustifica la violenza: fornisce al tempo stesso la corazza e la spada…

(Gustave Thibon, Le voile et le masque, Fayard, Paris 1985, pp. 195-196)

Ebrei e cattolici nel Medioevo

elukinBreve nota intorno a una persistente quanto odiosa calunnia anticristiana. 

Circola da tempo, propagandata anche da certa storiografia di matrice cattolico-progressista, un’ostinata leggenda nera secondo cui la Shoah rappresenterebbe il frutto maturo dell’odio antisemita incubato in seno all’Occidente cristiano. È esemplare a questo riguardo il giudizio di un “cattolico del dissenso” come l’ex sacerdote James Carroll, per il quale il fomite dell’«antisemitismo eterno» è da ricercare in un cuore di tenebra insito nello stesso messaggio evangelico. Carroll arriva ad avallare l’interpretazione dei Lager nazisti come culmine di una storia che ha avuto inizio sul Golgota. Scrive, infatti, che «Auschwitz, se vista nei suoi nessi di casualità, rivela che l’odio verso gli ebrei non è stata un’anomalia accidentale, ma un’azione centrale della storia cristiana che ha raggiunto il suo acme nell’Olocausto».[1] Continua a leggere

L’eterna agonia di Cristo

Guido Reni, La strage degli innocentiDieu est l’éternel enfant, l’homme l’éternel infanticide. Le massacre des innocents s’accomplit chaque jour au fond de nos âmes. Le Christ ne s’arrête jamais de naître et de mourir: son éternelle naissance est une éternelle agonie.

Dio è l’eterno fanciullo, l’uomo l’eterno infanticida. Il massacro degli innocenti si compie ogni giorno nel fondo delle nostre anime. Il Cristo non cessa mai di nascere e di morire: la sua eterna nascita è una eterna agonia.

(Gustave Thibon, L’ignorance étoilée, Fayard, Paris 1974, p. 189)

Come valutare l’«efficacia» della Chiesa

20500JAlcune profonde e semplici considerazioni sulla sempre ricorrrente tentazione di valutare la santità della Chiesa secondo parametri efficientistici.

di Henri de Lubac

La difficoltà in certi spiriti si fa più viva, e la sofferenza, in certe anime, più acuta, quando si crede di dover costatare che, malgrado tutti i possibili sforzi di adeguamento, per effetto di cause che rendono impoten­te ogni iniziativa l’azione della Chiesa è ben lontana dall’essere efficace. Lungi dal progredire, regredisce. An­che là dove la sua influenza è riconosciuta ed incoraggiata, la Chiesa non riesce a far regnare, con se stessa, il Van­gelo, e l’ordine sociale non è trasformato secondo i suoi principii. Ora, non si giudica forse l’albero dai suoi frutti? Non abbiarno ragione allora di credere che la Chiesa ab­bia fatto il suo tempo? Non c’è da temere che essa non possa mai realizzare altrimenti che in simbolo quello che altri si vantano di tradurre, viceversa, in realtà effettiva? E non si deve, per conseguenza, trasferire su questi ultimi la fiducia che si era concessa alla Chiesa? Continua a leggere

La sana stravaganza della divina misericordia

papa-bambinoDio è gioioso. Interessante questo: Dio è gioioso! E qual è la gioia di Dio? La gioia di Dio è perdonare, la gioia di Dio è perdonare! E’ la gioia di un pastore che ritrova la sua pecorella; la gioia di una donna che ritrova la sua moneta; è la gioia di un padre che riaccoglie a casa il figlio che si era perduto, era come morto ed è tornato in vita, è tornato a casa. Qui c’è tutto il Vangelo! Qui! Qui c’è tutto il Vangelo, c’è tutto il Cristianesimo! Ma guardate che non è sentimento, non è “buonismo”! Al contrario, la misericordia è la vera forza che può salvare l’uomo e il mondo dal “cancro” che è il peccato, il male morale, il male spirituale. Solo l’amore riempie i vuoti, le voragini negative che il male apre nel cuore e nella storia. Solo l’amore può fare questo, e questa è la gioia di Dio!
Gesù è tutto misericordia, Gesù è tutto amore: è Dio fatto uomo. Ognuno di noi, ognuno di noi, è quella pecora smarrita, quella moneta perduta; ognuno di noi è quel figlio che ha sciupato la propria libertà seguendo idoli falsi, miraggi di felicità, e ha perso tutto. Ma Dio non ci dimentica, il Padre non ci abbandona mai. E’ un padre paziente, ci aspetta sempre! Rispetta la nostra libertà, ma rimane sempre fedele. E quando ritorniamo a Lui, ci accoglie come figli, nella sua casa, perché non smette mai, neppure per un momento, di aspettarci, con amore. E il suo cuore è in festa per ogni figlio che ritorna. E’ in festa perché è gioia. Dio ha questa gioia, quando uno di noi peccatore va da Lui e chiede il suo perdono.

(Papa Francesco, Angelus, 15 settembre 2013) Continua a leggere

Verità e relazione

L'udienza generale del Mercoledì di Papa FrancescoIn secondo luogo, mi chiede se il pensiero secondo il quale non esiste alcun assoluto e quindi neppure una verità assoluta, ma solo una serie di verità relative e soggettive, sia un errore o un peccato. Per cominciare, io non parlerei, nemmeno per chi crede, di verità “assoluta”, nel senso che assoluto è ciò che è slegato, ciò che è privo di ogni relazione. Ora, la verità, secondo la fede cristiana, è l’amore di Dio per noi in Gesù Cristo. Dunque, la verità è una relazione! Tant’è vero che anche ciascuno di noi la coglie, la verità, e la esprime a partire da sé: dalla sua storia e cultura, dalla situazione in cui vive, ecc. Ciò non significa che la verità sia variabile e soggettiva, tutt’altro. Ma significa che essa si dà a noi sempre e solo come un cammino e una vita. Non ha detto forse Gesù stesso: “Io sono la via, la verità, la vita”? In altri termini, la verità essendo in definitiva tutt’uno con l’amore, richiede l’umiltà e l’apertura per essere cercata, accolta ed espressa. Dunque, bisogna intendersi bene sui termini e, forse, per uscire dalle strettoie di una contrapposizione… assoluta, reimpostare in profondità la questione.

(Estratto della lettera a «Repubblica» di papa Francesco) Continua a leggere

Cantus sponsae

offrandedusoirLa chair est pure lorsqu’elle dit: j’ai soif; elle ment quand elle crie: je t’aime!
Ah! cette chair lasse et irritée, ce n’est pas sa pesanteur qui nous menace le plus, ce sont ses rêves ailés.
Ce ne sont pas ses limites, mais sa révolte contre ses limites,
Ce goût du nouveau mêlé à ce refus de monter,
Ces jeux impurs, cette singerie de l’amour!
— La terre est épaisse et lourde, mais elle est au-dessous de nous, et elle nous porte. Ce sont les légères, les vaines et souples nuées qui nous écrasent.
Bénissez, Seigneur, notre pauvreté, mais délivrez-nous du mensogne!

La carne è pura quando dice: ho sete; mente quando grida: ti amo!
Ah! questa carne stanca e irritata, non è la sua pesantezza che più ci minaccia, sono i suoi sogni alati.
Non i suoi limiti, ma la rivolta contro i suoi limiti,
Questo gusto del nuovo mischiato a questo rifiuto di ascendere,
Questi giochi impuri, questa smorfia dell’amore!
— La terra è grezza e pesante, ma è sotto di noi, a reggerci. A schiacciarci sono le leggere, le vane e agili nubi.
Benedite, Signore, la nostra povertà, ma liberateci dalla menzogna!

(Gustave Thibon, Offrande du soir, Lardanchet, Paris 1946, p. 31)

In lei, il sole di Dio non fa ombra

tiziano_assunzione«In lei, il sole di Dio non fa ombra», dice Bérulle parlando della Vergine. Ci sono due specie di grandezza per l’uomo: l’una consiste nel lasciar passare Dio, l’altra nel respingerlo. Grandezza di trasparenza e grandezza di opacità. Bisogna sempre chiedersi, di fronte a un essere eccezionale, se la sua superiorità procede dalla luce che trasmette o dall’ombra che proietta. Ai due estremi, Maria e Satana. Le altre grandezze sono una mescolanza, dalle proporzioni variabili, dell’una e dell’altra.

(Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio, trad. it. SEI, Torino 1971, p. 136)

Il gioco vuoto. La liturgia come simulacro

Introduzione allo spirito della liturgiaL’uomo non può «farsi» da sé il proprio culto; egli afferra solo il vuoto, se Dio non si mostra. Quando Mosè dice al faraone: «noi non sappiamo con che cosa servire il Si­gnore» (Es 10,26), nelle sue parole emerge di fatto uno dei principi basilari di tutte le liturgie. Se Dio non si mostra, l’uomo, sulla base di quell’intuizione di Dio che è iscritta nel suo intimo, può certamente co­struire degli altari «al dio ignoto» (cfr. At 17.23); può protendersi con il pensiero verso di lui, cercarlo pro­cedendo a tastoni. Ma la vera liturgia presuppone che Dio risponda e mostri come noi possiamo adorarlo. Essa implica una qualche forma di istituzione. Essa non può trarre origine dalla nostra fantasia, dalla nostra creatività, altrimenti rimarrebbe un grido nel buio o una semplice autoconferma. Essa presuppone qualcosa che stia concretamente di fronte, che si mostri a noi e indichi così la via alla nostra esistenza. Continua a leggere

Spirito farisaico e sincerità

IL FARISEO E IL PUBBLICANOSincerità e lucidità — «Ti amo» dice quell’uomo a quella donna. «Sarà sincero?», si domanda lei, ingenuamente. Anche se è sincero, il vero problema sta nel sapere se vede chiaro in sé stesso. Poiché si può esser sinceri senza essere veridici: sinceri con gli altri e bugiardi con sé stessi. L’anima popolata di miraggi crede ai miraggi. La sincerità ha valore soltanto se unita ad una profonda conoscenza di sé stessi. Che cosa mi importa che tu non sia bugiardo, se non sei anche privo di illusioni? La promesse più fallaci, i giuramenti più insensati vengono pronunciati quasi sempre con sincerità. In tutti i campi, la bugia cosciente e calcolata è forse meno nociva, quaggiù, della sincerità incosciente. Un Talleyrand rappresenta un tipo umano più sano e meno malefico di un Rousseau.

(Gustave Thibon, Il pane di ogni giorno, Morcelliana, Brescia 1949, p. 141) Continua a leggere

La vittima e il complice

francescolampedusa«Adamo, dove sei?»: è la prima domanda che Dio rivolge all’uomo dopo il peccato. «Dove sei Adamo?». E Adamo è un uomo disorientato che ha perso il suo posto nella creazione  perché crede di diventare potente, di poter dominare tutto, di essere Dio. E  l’armonia si rompe, l’uomo sbaglia e questo si ripete anche nella relazione con  l’altro che non è più il fratello da amare, ma semplicemente l’altro che  disturba la mia vita, il mio benessere. E Dio pone la seconda domanda: «Caino,  dov’è tuo fratello?». Il sogno di essere potente, di essere grande come Dio,  anzi di essere Dio, porta ad una catena di sbagli che è catena di morte, porta a  versare il sangue del fratello!
Queste due domande di Dio risuonano anche oggi, con tutta la loro forza! Tanti  di noi, mi includo anch’io, siamo disorientati, non siamo più attenti al mondo  in cui viviamo, non curiamo, non custodiamo quello che Dio ha creato per tutti e  non siamo più capaci neppure di custodirci gli uni gli altri. E quando questo  disorientamento assume le dimensioni del mondo, si giunge a tragedie come quella  a cui abbiamo assistito.

(Omelia del Santo Padre Francesco presso il Campo sportivo “Arena” in Località Salina, 8 luglio 2013)

Il peccato è azione, il dolore è passione. Il peccato è generato interamente dal nostro intimo (altro del resto non creiamo), mentre il dolore ci colpisce dall’esterno. Il dolore è l’urto di rimbalzo del male che proiettiamo nel mondo. Due locuzioni popolari esprimono, in modo perfetto, la natura attiva del peccato e quella passiva della sofferenza. Se diciamo di qualcuno: ne ha fatte, alludiamo sempre a cattive azioni, ma se diciamo: ne ha viste, allora si tratta, senza equivoci, di sofferenze, di patimenti.

(Gustave Thibon, Il pane di ogni giorno, Morcelliana, Brescia 1949, p. 50)

La vittima ed il complice. — Di tutto il male che si compie nel mondo, noi siamo, più o meno direttamente ed in spirito, se non di fatto, o complici o vittime. Ed è per questo che non possiamo, non dobbiamo giudicare, perché in quanto complici siamo troppo indulgenti, ed in quanto vittime troppo severi. Più ancora: di tutto questo male, non siamo mai puramente complici o puramente vittime, ma sempre ad un tempo e l’uno e l’altro. Una solidarietà misteriosa lega tra di loro quegli esseri indissolubilmente sofferenti e peccatori che siamo noi. Anche nel male che commettiamo, siamo in parte vittime; anche nel male che subiamo, siamo in parte complici. La vittima non è mai del tutto innocente del delitto del colpevole; il colpevole non è mai completamente estraneo alla sventura della vittima.
Esiste un essere che sia puramente colpevole? Non lo credo: bisognerebbe che il male fosse una sostanza, un assoluto, una seconda «causa prima», come nel manicheismo. Ma c’è un essere che è puramente vittima: il Cristo. Lui solo può giudicare — e perdona. Il suo perdono è infinito, come la sua sofferenza. La vittima totalmente innocente non si vendica, e pur tuttavia è lei ad essere più dilaniata dal male, perché, non potendo condividere il peccato, attira di se tutte le conseguenze. Sia che si manifesti all’esterno (crudeltà di ritorsione, giustizia penale) sia all’interno (risentimento, orgoglio, disprezzo, ideali compensatori), la vendetta implica sempre una partecipazione al peccato: essa costruisce con il male uno sbarramento contro l’avversità. E che questo sbarramento si chiami spesso, quaggiù, «giustizia» o «virtù», non cambia proprio niente alla sostanza delle cose.

(Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio, SEI, Torino 1971, pp. 203-204)

La massima punta dell’Incarnazione

papa-francescoIl sommo pontefice [è] la massima punta dell’Incarnazione, il contrappeso della materia a qualsiasi ideologia, ciò che spinge i fedeli a raccogliersi non soltanto intorno a una dottrina, ma anche intorno a un uomo con un volto e una storia, perché l’amore di Dio è indissociabile dall’amore del prossimo, e perché la voce di Cristo maestro deve ancora essere udita nella voce di questo magistrale prossimo — il Santo Padre.

(Fabrice Hadjadj, La fede dei demoni, Marietti, Genova-Mlano 2010, p. 40)

Il solitario del recinto di Pietro

benediktsantiago“Il ‘sempre’ è anche un ‘per sempre’ – non c’è più un ritornare nel privato. La mia decisione di rinunciare all’esercizio attivo del ministero, non revoca questo. Non ritorno alla vita privata, a una vita di viaggi, incontri, ricevimenti, conferenze eccetera. Non abbandono la croce, ma resto in modo nuovo presso il Signore Crocifisso. Non porto più la potestà dell’officio per il governo della Chiesa, ma nel servizio della preghiera resto, per così dire, nel recinto di san Pietro. San Benedetto, il cui nome porto da Papa, mi sarà di grande esempio in questo. Egli ci ha mostrato la via per una vita, che, attiva o passiva, appartiene totalmente all’opera di Dio“.

(Benedetto XVI, Udienza generale, mercoledì 27 febbraio 2013)

Benedetto XVI non si reca in esilio da re sconfitto e umiliato, bandito dal proprio regno.
Non si scosta dal legno della croce, lo abbraccia alla radice.
Si è in terra d’esilio, ha scritto Ernest Hello, là dove non c’è patria.
La patria è “la luce per cui siamo nati; l’esilio è la notte”.
La patria è la dimora della solitudine, l’esilio la prigione dell’isolamento.
Bisogna guardarsi dal confondere solitudine e isolamento.
La solitudine è comunione al livello più alto, l’isolamento è separazione al livello più basso.
L’esilio e l’isolamento sono la parodia della patria e della solitudine, l’ombra nera che è tanto più tenebrosa quanto più è luminosa la luce soggetta a contraffazione.
Parodia della patria, dimora luminosa dell’anima, è un certo stare presso di sé come a casa propria (chez soi) per piantare la tenda nella “dimora isolata e nera dell’egoismo”; è la fuga nel sottosuolo dell’io trincerato, lontano dalla luce del giorno, rinserrato in sé stesso come in un sepolcro.
Immagine dell’esilio è la tomba, immagine della patria è quella del padre che “riceve la vita proprio quando la dona” (Benedetto XVI).
La patria è forma della comunione, il dono di sé la condizione della vita.
Viceversa l’egoismo è così simile alla morte, dice sempre Hello, da agire alla maniera della tomba che consegna alla decomposizione, alla disorganizzazione e alla putrefazione ciò che ha tenuto separato dall’aria e da ogni soffio di vita.
Come la tomba, custodisce ciò che gli è stato affidato solo per consegnarlo ai vermi in attesa della loro preda. “La tomba è l’uomo rinchiuso in se stesso”. È l’urna funeraria che preserva sì l’uomo, ma come in una prigione, isolandolo da ogni comunicazione vitale.
In chi ha saputo donarsi accade, al contrario, che “più la sua vita è comunicata, più è concentrata” .
Benedetto XVI, il solitario del recinto di Pietro, non è il disertore che, fuggendo, si isola dal corpo combattente per salvaguardare se stesso.
È, piuttosto, il patriota dello spirito che rinuncia a sé stesso per salvaguardare l’integrità del corpo della Chiesa.
Vergelt’s Gott, Heiliger Vater!

Il giudice che perdona

È interessantissimo notare il contrasto interiore che esiste tra il carnevale e la Quaresima. Si seguono e si oppongono.
Caratterizzerei volentieri questo contrasto con una parola.
Il carnevale mette la maschera.
La Quaresima toglie la maschera.
Il carnevale veste l’uomo da eroe o da Pierrot.
La Quaresima invita l’uomo a considerare, in un tu a tu, ciò che egli è.
Orbene, non temo di affermarlo, ogni uomo che si toglie la maschera e si considera così com’è, vedrà dentro di sé quattro cose: un bambino, un malato, un ignorante e un colpevole.
Bambino, egli ha bisogno d’un padre; ignorante, ha bisogno di un dottore; ammalato, ha bisogno di un medico; colpevole, ha bisogno di un giudice.
Orbene, ecco il prete nel suo tipo ideale, padre, medico, dottore e giudice. Ma che giudice! Il giudice che perdona. Ecco il giudice di cui ha bisogno l’uomo.

(Ernest Hello, Il secolo e i secoli, tr. it., S. Paolo, Alba (Cuneo) 1958, pp. 134-135)

Inconvertibilità dei “buoni”

berliccheBerlicche a Malacoda:

Tutti gli estremi, eccetto la estrema devozione al Nemico, sono da incoraggiarsi. Non sempre, naturalmente, ma sì in questo periodo. Alcune età sono tiepide e compiacenti, ed è nostro affare cullarle in un sonno ancor più profondo. Altre età, delle quali la presente è una, sono squilibrate e pronte alla faziosità, e allora il nostro compito è di eccitarle. Qualsiasi piccola cricca, tenuta insieme da qualche interesse che gli altri ignorano o che dispiace, tende a sviluppare nel suo seno un’ammirazione reciproca, da serra, e verso il mondo esterno un bel po’ d’orgoglio e di odio ai quali si concede senza vergogna perché la «Causa» ne è garante e perché si pensa che quel sentimento sia impersonale. Continua a leggere

Ogni purificazione presuppone una distruzione

madre-teresa

Ogni purificazione presuppone una distruzione. Il cammino della santità è una via cosparsa di rovine, ma di rovine di quello che non è. La nostra verità non si accresce che sullo sfogliarsi delle menzogne.

(Gustave Thibon, La scala di Giacobbe, AVE, Roma 1947, p. 112) Continua a leggere

Il fronte unico dell’orgoglio

La pietra d’angolo dell’edificio [della Chiesa] è per metà scalzata grazie agli sforzi congiunti dei progressisti e degli integralisti, che facendo alternativamente pressione in senso opposto concorrono all’identico risultato. Il successore di Pietro è attaccato da tutte le parti. Gli uni negano la sua infallibilità, perché oggi tutti sono infallibili, salvo il papa, gli altri moltiplicano le riverenze, e nel contempo gli oltraggi. La Chiesa pullula di riformatori, che pretendono di riformare il popolo per non dover riformare se stessi. Il prete che in passato rompeva l’impegno del celibato si accusava di debolezza; oggi accusa la società che l’ha formato, ed esige che essa modifichi la regola che egli non può seguire. Sarebbe come se un marinaio, che non sopporti la navigazione e sia soggetto al mal di mare, intimasse alla Marina di tirare le navi in secca. Continua a leggere

Umiltà e umorismo

Benediktkundkinder

Non amo la serietà. Penso che sia antireligiosa. O, se pre­ferite l’espressione, è un vezzo di tutte le false religioni. Chi prende tutto seriamente è colui che idolatra ogni cosa: si pro­stra davanti a oggetti di legno e pietra affondando le sue membra come le radici di un albero o si profonde in inchini come la pietra infossata sul ciglio della strada. Spesso si di­scute se gli animali siano in grado di ridere. Dicono che la ie­na ride: ma la sua risata ricorda piuttosto il «grido d’incorag­giamento ironico» di un parlamentare. Tutt’al più fa una ri­sata ironica. Continua a leggere

La verità orgogliosa non può dare niente

Sofferenze dell’Apostolo — Non voglio conquistarti. Non voglio che tu sia del mio parere; voglio soltanto darti questa verità indipendente da me come la luce del giorno; vorrei che anche tu vedessi il sole! È colpa mia se la Verità è anche la mia verità? Non credi che ne soffra abbastanza? Vorrei poterla donare senza toccarla, senza che nulla di me la contaminasse. Accettala; non guardare le mani che te la offrono. Ho vergogna che Dio debba servirsi di me…

(Gustave Thibon, Il pane di ogni giorno, Morcelliana, Brescia 1949, p. 121)

Più una verità è profonda, necessaria e redentrice, più essa deve perdere, espandendosi, la sufficienza e la indiscrezione dell’ebbrezza conquistatrice. La verità orgogliosa non può dare niente. I doni supremi devono essere offerti con mani supplichevoli.
Sii umile come un mendicante, tu che porti Dio agli uomini. E quando il tuo Dio è accettato, non dimenticare mai che sei tu che ricevi.

ARTE DI PERSUADERE — Scendi in lizza carico di potenti argomenti. Ma non vedi che il tuo avversario attende da te prima un bacio. Prima di provargli che hai ragione, provagli che lo ami. Dopo il bacio, i tuoi argomenti più poveri saranno irrefutabili.

(Gustave Thibon, La scala di Giacobbe, AVE, Roma 1947, p. 93)

Feriti nel nostro niente (le peggiori ferite sono quelle che scoprono il vuoto interiore), siamo facilmente tentati di fare della verità cattolica, che conosciamo così bene e viviamo cosi male, uno scudo contro ogni nimprovero e ogni esempio venuto da fuori. E poi ci attacchiamo a quella misura di protezione molto personale che ci garantisce un buon sonno nella mediocrità: la lusinghiera etichetta di “fedelta alla Chiesa”. «Quando diciamo: noialtri cattolici — scrive Gabriel Marcel — gia non siamo più cattolici». E monsignor Journet ci ricorda opportunamente che la frontiera della Chiesa invisibile passa dentro ciascuno dei nostri cuori. Poiché apparteniamo alla Chiesa visibile, lavoriamo per purificare la nostra fede e il nostro amore, in modo da far coincidere in noi le due frontiere, piuttosto che condannare gli altri in nome della nostra appartenenza nominale all’organismo sacro che tradiamo con il nostro orgoglio.

(Gustave Thibon, Le mie impressioni su Simone Weil, in J-M. Perrin, G. Thibon, Simone Weil come l’abbiamo conosciuta, tr. it., Ancora, Milano 2000, pp. 168-169)

Inesausta densità

di Gustave Thibon

Motivo della nostra severità nei confronti del prossimo e della nostra indulgenza verso noi stessi: noi non ci identifichiamo mai con i nostri atti bassi o mediocri; sappiamo (o supponiamo) che c’è in noi una densità, una profondità, una sostanza che i nostri atti non esauriscono e che può sempre produrre atti migliori. Nel prossimo, invece, non percepiamo che gli atti, e, quando questi atti ci urtano o ci deludono, siamo istintivamente tentati di confonderli con la persona, di immaginarci per esempio che l’invidioso non è che invidia, il vizioso che vizio, il mediocre che mediocrità. Sappiamo che i nostri atti non sono che accidenti; degli atti del prossimo, facciamo volentieri sostanze.

(Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio, SEI, Torino 1971, pp. 205-206)

I consolatori insopportabili di Giobbe

Ci sono delle ore disperate in cui l’individuo sente la sua sofferenza più vera di tutti i prìncipi della ragione, di tutti i comandamenti della morale. Allora non può consentire a queste leggi cieche che lo distruggono, che se egli intuisce attraverso queste leggi, un occhio pieno d’amore che lo guarda; egli non può credere a quest’ordine universale straniero alla sua sofferenza, altro che se egli adora attraverso quest’ordine, un Essere che ha creato e che ascolta e che divide la sua irreducibile solitudine. Tutti i professori della morale pubblica, gli diventano, come a Giobbe, dei consolatori insopportabili.
Per credere nella legge, bisogna che egli senta, sotto la legge, il giudice; per credere al giudice bisogna che egli senta, sotto il giudice, il padre. Altrimenti ogni ragione ed ogni etica s’infrangono di fronte all’esistenza dell’io che sanguina. Ogni uomo è Narciso: per preferire l’Altro, bisogna che egli trovi nell’Altro il suo io più profondo.

(Gustave Thibon, La scala di Giacobbe, trad. it., AVE, Roma 1947, p. 82)

Appello per la Parrocchia di San Giovanni Battista (L’Aquila)

Rilanciamo questo appello dell’amica Maria Cristina Teti.

Cari amici, mi trovo in grande difficoltà a scrivere ciò che leggerete. Con il timore di non riuscire a rappresentare adeguatamente la situazione con conseguente rischio di fraintendimento. Vi prego di farmi credito della totale buona fede, non farei questo se non fosse necessario tentare ogni strada.
Oggi pomeriggio il mio parrocco, don Ramon Mangili, bergamasco doc ma con il cuore ormai aquilano, ha convocato tutti i collaboratori parrocchiali, si pensava per un anticipato rinizio d’anno. Purtroppo la realtà è stata diversa, un cazzotto dal quale ancora dobbiamo riprenderci. Necessita una breve premessa. Sapete che sono aquilana, e quindi “terremotata” ( virgoletto perchè ormai è diventato uno status sociale, e la cosa mi ripugna). La mia chiesa parrocchiale è inagibile da quel dì di 3 anni fa, e da ottobre 2009 abbiamo una grande tensostruttura donataci dal Comune di Roma, che con il tempo abbiamo cercato di rendere il più possibile somigliante ad una Chiesa. E ci siamo riusciti. Abbiamo il Tabernacolo, e perfino un confessionale!! L’interno è stato rivestito di legno, curiamo i fiori all’esterno e quest’estate uomini di buona volontà hanno anche costruito una tettoia esterna sempre in legno per evitare che quando piove non entri l’acqua fin dentro.
Ma la grande nevicata dell’inverno passato ha messo a dura prova la struttura, che ha ceduto in alcuni punti sul tetto, ma ciò che è peggio è che per evitarne il crollo il riscaldamento ( che va a gasolio) è stato acceso giorno e notte per 2 mesi circa, il tutto per 6.000 € che si sono sommati ad una situazione economica drammatica. Questo tendone tra Enel e riscaldamento, insieme ai 5 container che abbiamo per le nostre attività di catechismo e quant’altro, ha un costo esorbitante che ormai non riusciamo più a gestire. Non abbiamo più soldi, e la Curia aquilana non può aiutarci. Su questo non chiedetemi nulla, preferisco tacere per misericordia.Da qui la decisione di don Ramon: se non si torvano fondi dovremo smontare la tensostruttura prima dell’inverno. Non avremo più una chiesa, nella parrocchia più grande dell’Aquila.
Ora potrei scrivere pagine e pagine sull’emergenza sociale e giovanile di questa città dimenticata, sull’importanza di una parrocchia come la nostra che ha ricominciato a lavorare dal maggio 2009 nelle tendopoli del quartiere ( ben 4!!!) con scuola estiva, attività ludiche, messa quotidiana, sostegno agli anziani. Potrei deliziarvi ( si fa per dire) con racconti dell’orrore su tredicenni che si prostituiscono nei centri commerciali, o si ubriacano in un centro che è morto, dove le famiglie sono disgregate, gli anziani si suicidano, tutto nel più totale silenzio. Ma questo è niente al pensiero che una comunità di quasi 8.000 persone non avrà una Chiesa dove celebrare l’Eucarestia, fosse anche un tendone. Ormai ci siamo affezionati, è diventata la nostra Casa comune, con il freddo gelido o il caldo insopportabile, sempre lì, ciascuno secondo i propri carismi e il proprio tempo, a lavorare per il Signore. Ecco, questo è il dramma vero della mia parrocchia. Perchè vi scrivo? Perchè chi può, chi vuole, chi se la sente si faccia promotore presso la propria parrocchia, o un gruppo di preghiera o un’associazione etc etc per darci una mano. Ci servono soldi, e io mi sento morire a scrivere questa cosa in un momento di crisi per tutti, ma vi prego, aiutateci a poter mantenere la nostra Tenda-Chiesa. A svernare anche questa volta, e poi Dio provvederà. In questi 3 anni il nostro parroco è stato una roccia, e se la comunità, anche se a fatica, si sta ricompattando è perchè davvero don Ramon è stato prezioso strumento nelle mani del Signore per tutti noi. Oggi abbiamo visto un uomo affranto, dispiaciuto, lì lì’ per mollare tutto. Non riesco, stranamente perchè la parola scirtta mi è congeniale più di quella parlata, a darvi contezza del sordo dolore che proviamo: la maggior parte di noi ha perso davvero tanto quella maledetta notte, e quella Chiesa a foma di Tendone, che nulla ha di artistico ma dove è contenuta l’opera mirabile di Dio che è suo Figlio fattosi carne per noi, è stata in questi 3 anni IL punto di riferimento, il faro, la luce nel buio del dolore e dello smarrimento.
Sentitevi liberi amici, di rispondere o meno, a tutti o solo a me, A nome della comunità di San Giovanni Battista di L’Aquila vi ringrazio perchè so comunque che pregherete per noi perchè si manifesti la Provvidenza in questa situazione. E se qualcuno di voi vuole/può farsi strumento di tale provvidenza, non potemmo mai finire di ringraziarlo. Una sottoscrizione nel quartiere, o una piccola raccolta in parrocchia, o nel luogo di lavoro…..l’oceano è fatto di gocce diceva una grande santa,e ogni goccia è importante.
Chi volesse saperne di più, per avere dati precisi, e una rappresentazione puntuale della situazione, non ha che da chiedermi il cellulare e/o l’email di don Ramon. Io di più non voglio sapere. Grazie per l’attenzione, e soprattuto pregate per noi. Che Dio vi benedica davvero, perchè so nel mio cuore che ognuno di voi ci sarà vicino come potrà.E se sarà nella preghiera, sarà già tutto.

Un abbraccio in Cristo
Maria Cristina Teti

Leggi anche la lettera del parroco don Ramon Mangili sulla situazione della parroccha: http://www.sangiovannibattista.eu/?p=1370

Per contattare don Ramon: http://www.sangiovannibattista.eu/?page_id=56

Codice IBAN della Parrocchia San Giovanni Battista: IT 62 L 0539 003600 000 000 000 470

http://www.sangiovannibattista.eu/?p=424

Sposala e muori per lei. Uomini veri per donne senza paura

Un anno fa il travolgente successo di Sposati e sii sottomessa. Pratica estrema per donne senza paura. Adesso, tra pochi giorni (il 19 settembre per la precisione), giunge finalmente in libreria l’atteso secondo libro di Costanza Miriano: Sposala e muori per lei. Uomini veri per donne senza paura, edito da Sonzogno.

In Sposati e sii sottomessa, libro scritto splendidamente e di agile lettura, nato da colloqui di vita quotidiana con amiche, amici, parenti, confidenti, colleghe e colleghi di lavoro, semplici conoscenti, l’autrice ha dispensato sotto forma epistolare consigli “forti” in tema di vita familiare e/o di “avviamento al matrimonio”. E lo ha fatto alla sua maniera: senza traccia di toni sentenziosi e giudicanti ma con fine eleganza, semplicità, limpidezza e una massiccia dose di ironia.

Un impasto ben assemblato di ragione, esperienza, gioia, humor e ortodossia. C’è da aspettarsi che anche in questo secondo libro la leggerezza dello stile si accompagni a contenuti sostanziosi. Chi ha detto poi che certa afflitta gravità sia una virtù cristiana? Per G. K. Chesterton, che la Miriano conosce e cita, è vero esattamente il contrario: «La serietà non è una virtù. [...] La solennità discende dagli uomini naturalmente; il riso è uno slancio. È facile esser pesanti, difficile esser leggeri. Satana è caduto per la forza di gravità».

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Il lavoro e il riposo

L’anno finisce, l’anno comincia. Questa è dunque l’ora di ringiovanire: Adveniat regnum tuum! Ringiovaniremo al suono delle campane che cantano la marcia del tempo, se seguiremo la stella scoperta dai Re Magi. Ringiovaniremo, se abbandoniamo le cose da nulla che son sempre vecchie, per vivere nell’Immenso, se avviciniamo la scienza e l’arte alla bellezza eterna, che è l’eterna giovinezza, ad Deum qui laetificat juventutem meam! Continua a leggere

La teologia morale del diavolo

Il diavolo ha un intero sistema teologico e filosofico per cui spiegherà, a chiunque voglia ascoltare, che tutte le cose create sono male, che gli uomini sono male, che Dio ha creato il male, che Egli vuole direttamente che gli uomini soffrano il male e gioisce delle sofferenze degli uomini, e che, in definitiva, tutto l’universo è pieno di miseria perché Dio così ha voluto e disposto. Continua a leggere