Come valutare l’«efficacia» della Chiesa

Alcune profonde e semplici considerazioni sulla sempre ricorrrente tentazione di valutare la santità della Chiesa secondo parametri efficientistici.

di Henri de Lubac

La difficoltà in certi spiriti si fa più viva, e la sofferenza, in certe anime, più acuta, quando si crede di dover costatare che, malgrado tutti i possibili sforzi di adeguamento, per effetto di cause che rendono impoten­te ogni iniziativa l’azione della Chiesa è ben lontana dall’essere efficace. Lungi dal progredire, regredisce. An­che là dove la sua influenza è riconosciuta ed incoraggiata, la Chiesa non riesce a far regnare, con se stessa, il Van­gelo, e l’ordine sociale non è trasformato secondo i suoi principii. Ora, non si giudica forse l’albero dai suoi frutti? Non abbiarno ragione allora di credere che la Chiesa ab­bia fatto il suo tempo? Non c’è da temere che essa non possa mai realizzare altrimenti che in simbolo quello che altri si vantano di tradurre, viceversa, in realtà effettiva? E non si deve, per conseguenza, trasferire su questi ultimi la fiducia che si era concessa alla Chiesa?

Quanti equivoci, in un ragionamento in apparenza così semplice! Certo, se nella Chiesa tutti fossero quello che dovrebbero essere, è chiaro che il Regno di Dio pro­gredirebbe con un altro ritmo, sia pure in mezzo ad osta­coli sempre accresciuti, come osservavamo in un capitolo precedente, e sia pure sempre invisibile all’occhio non illuminato da Dio. È ugualmente vero che una data in­cidenza storica od un determinato ricorso sociale, indi­pendente dalle volontà individuali, può creare delle condizioni sfavorevoli, dei malintesi profondi, delle «seces­sioni», e porre così dei formidabili problemi. Ma per avere qualche probabilità di risolvere questi problemi o quanto meno, se alcuni vanno riconosciuti come provvi­soriamente insolubili, per mantenere intatta la fiducia, occorre dissipare non pochi equivoci latenti.

Lasciando dunque da parte tutte le considerazioni di carattere sociologico, e di questo discernimento preliminare che importa anzitutto trattare.

Quando si parla della Chiesa, non giudichiamo di progresso o di regresso, di successo o di insuccesso, con un metro umano, alla stregua delle realtà puramente tem­porali. Il bene soprannaturale, di cui essa è quaggiù l’artefice, si totalizza nell’invisibile, si raccoglie nell’eterno. La comunione dei santi si estende di generazione in generazione. E non ricominciamo neppure a sognare di una Chiesa esteriormente trionfante. Il suo Maestro non le ha promesso successi strepitosi e sempre crescenti. Non cediamo all’eloquenza o ad un sentimento romantico, ma enunciamo una legge della sua natura, ripetendo a suo riguardo la parola di Pascal: essa deve essere, come il Cristo, in agonia fino alla fine del mondo. Non dimentichiamo le esigenze della «sapienza redentrice». Ve­diamo come essa opera nella vita e nell’azione di Gesù: questa contemplazione ci aiuterà a rimanere pazienti nel­la nostra stessa inquietudine; ci fara superare l’inquie­tudine, trascendendola, non spegnendola in una specie di rassegnazione che potrebbe essere una decadenza. L’a­postolo deve saper attendere. Il sacerdote deve sovente accettare di sentirsi impotente; deve accettare di non es­sere quasi mai compreso.

Soprattutto non inganniamoci su questo Regno di Dio che è il fine della Chiesa e che essa ha la missione di anticipare. Ne va di mezzo tutta la fede. Senza misconoscere affatto l’urgenza dei problemi sociali né l’insostituibi­le contributo che la Chiesa apporta alla loro soluzione, come dimenticare, senza grave danno, che essa vuole ri­solvere un problema non meno urgente, ma più profondo e più vasto, più costante e più universale? Come le ma­lattie mutano con l’evolversi dell’ambiente apportatore di germi, lottando contro il rimedio e rinascendo sotto altra forma non appena si era creduto di vincerle, così il male radicale annidato in fondo all’essere dell’uomo, ri­nasce, sotto aspetti imprevedibili, benché sia, in fondo, sostanzialmente uguale, a misura che la societa si trasforma.

La psicologia, i costumi, i rapporti sociali si evolvono: l’uomo, con i1 suo male, rimane. Ciò non significa che si debba rinunciare ad ogni possibile sforzo nella ricerca del meglio. La tenacia del male è uno stimolo ad una lotta piu ostinata e più perseverante. Ma anche suppo­nendo – e ne siamo ben lontani, purtroppo! – un fun­zionamento sociale perfetto, che non sia cioè solo una rnacchina economica e politica potente, ma un ordine este­riore veramente umano, l’opera della Chiesa non sarebbe ancora, per così dire, neppure incominciata. Perche essa non vuole adagiarci nell’esistenza terrena, ma sollevarci al di sopra di essa. Portandoci la Redenzione di Gesù Cristo, essa vuole strapparci al male che è in noi ed aprir­ci ad un’altra Esistenza.

Viceversa, se essa cercasse soprattutto un risultato temporale, le sarebbe negato anche questo. Se, per rea­lizzare in mezzo al mondo l’opera della salvezza, essa aspettasse che le condizioni temporali fossero finalmente migliori, – comunque si intenda questo optimum – sarebbe infedele alla sua missione, che non consiste nel condurre in porto, in un avvenire remoto, una lontana umanità mitica, ma gli uomini concreti di ogni genera­zione.

Se dunque abbiamo la preoccupazione di essere realisti, è necessario pero che il nostro realismo non si in­ganni sul suo oggetto. Se abbiamo la preoccupazione del­l’efficacia, non dobbiamo fare assegnamento su mezzi troppo estrinseci, atti a sviarci dallo scopo. Se possiamo, e talvolta dobbiamo, essere severi con coloro che portano il nome di cattolici – specie con noi stessi – dobbia­mo esserlo a ragion vcduta, in nome di criteri che non siano falsati. Non dobbiamo perdere di vista l’essenziale.

Ora, questo essenziale, che non potrebbe neppur più rimanere sul nostro orizzonte come un lontano obiettivo, se rifiutiamo di accoglierlo nel cuore della nostra azione presente, non va giudicato da un punto di vista quantitativo. Dio salva gli uni per mezzo degli altri se­condo leggi che rimangono sconosciute nelle loro con­crete applicazioni, ma il cui principio si impone alla nostra fede. Sono le leggi misteriose della comunità di salvezza. La preghiera di intercessione ed il sacrificio dell1’amore non hanno perso nulla, oggi, della loro segreta potenza. D’altra parte, l’esistenza anche di un solo santo sarebbe gia una testimonianza sufficiente del valore divi­no del principio che lo ha nutrito.

Ma abbiamo noi la necessaria purezza di sguardo per discernere in mezzo a noi, in quest’ordine di santità, l’effi­cacia della Chiesa? Sforziamoci almeno di intravvederla e sappiamo scoprirne, dietro le massicce apparenze che la nascondono, la realtà centrale.

Le chiassose dispute ideologiche non ci devono impedire di intendere questo silcnzioso respiro della santità… Capo di una comunità formata, allora, quasi esclu­sivamente di povera gente, poco istruita e senza apprez­zabde influenza sui destini dell’Impero, il grande san Ci­priano diceva gia: «Noi non siamo filosofi a parole, ma a fatti; non diciamo dalle grandi cose, ma le viviamo ». Questo grido di urnile fierezza rimane sempre vero. L’es­senziale non viene fatto di tante discussioni. La vitalità cristiana dipende motto meno di quanto uno pensi da tutto ciò che, in ogni tempo, si discute, si attua o si di­sgrega sulla scena del mondo.

Sotto le agitazioni della politica ed i risucchi dell’o­pinione, sotto le correnti di idee e le controversie, lonta­no dai crocicchi e dalle piazze pubbliche, sfuggendo alle auscultazioni ed alle inchieste, continua a trasmettersi ed a rinnovarsi una vita che è quasi impossibile poter giudi­care dal di fuori. I ciechi vedono, i sordi odono, i morti risuscitano, i poveri sono evangelizzati. Il Regno di Dio opera in profondità e nel segreto. Qua e là improvvisi sprazzi lo rivelano. Si formano dalle zone di luce, si estendono, si congiungono. Nella notte, alcuni punti brillano di un più vivo splendore. Talvolta, qualche macchia di sangue, per costringerci all’attenzione: sono altretttanti segnali annunciatori.

In mezzo a tante discussioni sul cristianesimo del no­stro tempo, fra tanti lamenti che deplorano la sua «as­senza di adattamento» e la sua «inefficacia», è sempre necessario tornare a queste considerazioni molto senplici. I cristiani migliori, più vivaci, non si trovano neces­sariamente e neppure generalmente, tra i sapienti o tra gli abili maneggiatori, tra gli intellettuali o tra i politici; tra le «autorita sociali». Per conseguenza, la loro voce non risuona nella stampa, ed i loro atti non interessano il pubblico. La loro vita è nascosta agli occhi del morndo, sicché solo tardi ed eccezionalmente, alcuni giungono a qualche notorietà, e sempre con il rischio di strane de­formazioni. All’interno stesso della Chiesa, sarà per lo più soltanto dopo la morte che qualcuno acquisterà un prestigio incontestato. Eppure sono proprio loro che con­tribuiscono, più di tutti gli altri, ad impedire che la no­stra terra sia un inferno.

I più non si domandano se la loro fede sia «adegua­ta», né se essa sia «efficace». Si contentano di viverla, la fede, come la realtà più vera e sempre attuale, ed i frutti che ne derivano, anch’essi spesso nascosti, non sono per questo meno meravigliosi. Anche se non si sono direttamente impegnati in un’attività esterna, essi sono all’origine di tutte le iniziativc, di tutte le attività, di tutte le istituzioni che non sono condannate alla sterili­tà. E sono loro che conservano in noi, che ci ridonano, qualche speranza.

Oseremmo forse dire che oggi sono meno numerosi e meno operananti che in altri tempi? Per un sogno forse chimerico di efficacia, non chiudiamo gli occhi di fronte alla fecondità reale della nostra Madre.

(Henri de Lubac, Meditazione sulla Chiesa, trad. it., Paoline, Milano 1963, pp. 365-371)