Ho sete di Dio

La vita è un continuo incontro. Di qualcuno vorremmo fare tranquillamente a meno, altri invece si possono rivelare decisivi per la nostra vita. Ma tutti sono importanti, se sappiamo individuare il bene per noi che si nasconde dietro a delle parole o dei gesti.

Così è stato anche per padre Nouwen che un bel giorno si vede piombare nel suo ufficio un tizio di nome Fred Bratman, inviato dal “New York Times”, edizione domenicale per la zona del Connecticut. Si siedono e il Padre, da subito, provò un misto di irritazione e attrazione verso questo giovane. Lui percepiva che a quel giornalista non importava proprio nulla dell’intervista, sicuramente avrebbe voluto passare la giornata in tutt’altro modo, ma il suo lavoro era questo, e non si discute. Punto! Ora, non è che sia il massimo del piacere per l’intervistato di percepire la totale indifferenza e una mancanza di qualsiasi coinvolgimento da parte di Fred e mentre lui deponeva gli appunti nella sua cartella, padre Nouwen incominciò a provare compassione per lui: “Mi dica, le piace il suo lavoro?” Il giovane gli confidò che “No, non mi piace!”, ma doveva guadagnarsi i soldi per vivere… Ma non era del tutto vero, aggiunse anche che scrivere gli piace e questa intervista avrebbe avuto qualche interesse per lui, se solo avesse potuto usare il vocabolario suo e senza dover contare le parole…insomma, come doveva raccontare la vita ricca di eventi di una persona come padre Nouwen, in solo 750 parole? Impossibile!, e nella voce di Fred c’era tutto il suo scoraggiamento. Il padre capì che il giovane era sul punto di abbandonare i suoi sogni per vivere una vita mediocre.

A partire dal giorno dell’intervista nacque un’amicizia profonda, padre Nouwen si prese cura di lui, incominciarono a frequentarsi spesso e, ovviamente, parlarono anche di religione, della fede. Fred era ebreo, ma non praticante, il padre conobbe i suoi amici e viceversa. Un mondo variopinto nel quale uno imparava dall’altro e, nella diversità, sono riusciti a trovare il vero incontro.

Passarono gli anni tra vicende dolorose, alti e bassi come tutti noi conosciamo, ma l’amicizia fra i due si faceva ancora più profonda e forte, insieme al loro esplicito desiderio di una comune base spirituale. Ecco che cosa racconta Padre Nouwen:

“Un giorno, mentre passeggiavamo nella Columbus Avenue a New York City, Fred si girò verso di me e disse: Perché non scrivi qualcosa sulla vita spirituale, per me e i miei amici?”. Fred conosceva bene la maggior parte dei miei scritti. Mi aveva dato spesso validi consigli sulla forma e sullo stile, ma raramente si sentiva coinvolto dal contenuto. Come ebreo che viveva nel mondo secolare di New York City, non poteva trovare molto conforto o sostegno in parole che avevano una esplicita matrice cristiana ed erano chiaramente basate su una lunga vita nella Chiesa. “Cose sostanzialmente buone” diceva spesso “ma che non fanno per me”. Egli sentiva fortemente che la sua esperienza e quella dei suoi amici esigevano un’altra intonazione, un altro linguaggio, una diversa lunghezza d’onda spirituale.

A mano a mano che conoscevo gli amici di Fred, i loro interessi e ciò che stava loro a cuore, comprendevo meglio le obiezioni di Fred sulla necessità di una spiritualità che parlasse a uomini e donne di una società secolarizzata. Molti dei miei pensieri e scritti presupponevano una familiarità con concetti ed immagini che per molti secoli avevano nutrito la vita spirituale di cristiani ed ebrei, ma per molte persone questi concetti ed immagini avevano perso il potere di toccarli nel vivo delle loro fondamentali esigenze spirituali.

L’idea suggeritami da Fred di dire qualcosa che egli stesso e i suoi amici “potessero ascoltare” non mi abbandonò più. Mi stava chiedendo di rispondere alla grande fame e sete spirituale che esiste in moltissime persone che percorrono le strade delle grandi città. Mi stava supplicando di dire parole di speranza a persone che non frequentavano più le chiese o le sinagoghe, e per le quali preti e rabbini non erano più i naturali consiglieri.

“Tu hai qualcosa da dire” insisteva Fred, “ma devi dirlo alle persone che meno sentono il bisogno di ascoltarlo… Cosa hai da dire a noi giovani, ambiziosi, uomini e donne secolari che si chiedono cos’è, in fin dei conti, la vita? Puoi parlarci con la stessa convinzione di quando parli a coloro con i quali condividi la tua tradizione, il tuo linguaggio e la tua visione della vita?”

Fred non fu l’unico a pormi tali domande. Ciò che Fred aveva espresso con tanta chiarezza mi era giunto anche da molte altre direzioni. Lo avevo sentito da persone della mia comunità che non avevano un retroterra religioso e per le quali la Bibbia era un libro strano e nebuloso. Lo avevo sentito da membri della mia famiglia che avevano lasciato da tempo la Chiesa e non desideravano tornarci. Lo avevo sentito da avvocati, dottori, uomini d’affari che vivevano un’esigenza che aveva assorbito ogni loro energia e per i quali il sabato o la domenica erano poco più di una breve pausa per riprendere sufficiente forza per rientrare nell’arena del lunedì mattina. Lo avevo sentito anche da giovani uomini e donne che cominciavano ad avvertire le molte richieste di una società che esigeva la loro attenzione, ma che temevano nello stesso tempo che ciò che questa società offriva loro, non era una vera vita. […]

“Parlaci delle più profonde brame del nostro cuore, dei tanti desideri, della speranza; non parlarci delle tante strategie per sopravvivere, ma parlaci della fiducia; non parlarci dei nuovi metodi per soddisfare i nostri bisogni emotivi, ma parlaci dell’amore. Parlaci di una visione più grande delle nostre mutevoli prospettive. Parlaci di una voce più profonda del clamore dei nostri mass-media- Sì, parlaci di qualcosa o di qualcuno più grande di noi. Parlaci di…Dio.” […]

“Ma come? Come?” chiedevo a Fred, mentre provavo una forte resistenza e la mia impazienza a rispondere all’invito sosteneva, nel mio intimo, una dura battaglia. La sua risposta?

“Parla” mi disse “da dove, nel tuo cuore, sei più te stesso. Parla direttamente, semplicemente, amabilmente, gentilmente e senza metterti sulle difese. Di’ quello che vedi e aiutaci a vedere; dì cosa senti e aiutaci a sentire… Fidati del tuo cuore. Le parole verranno. Non temere. Coloro che hanno più bisogno di te saranno quelli che più ti aiuteranno. Puoi essere certo che io lo farò”.
(dal libro “SENTIRSI AMATI – la vita spirituale in un mondo secolare” di Henry J.M. Nouwen, Edizione Queriniana 1993, pag. 14-19)

Quando avevo letto queste poche righe introduttive del libro -molto bello, tra l’altro-, sono rimasta folgorata. Qualcuno di vuoi ha idea del perché?